La Costituzione e il "bene comune" nella prospettiva del liberalismo delle regole

(8 settembre 2010)

Non c’è dubbio. Qualunque crisi politico-istituzionale porta con sé difficoltà, rischi e incertezze sul futuro. E proprio quest’ultima rappresenta l’esatto opposto di quelle esigenze di stabilità e di responsabilità che la situazione economica internazionale e l’Europa ci chiedono, specie sul fronte del controllo sui conti pubblici. Perciò, per uscirne al più presto – ed è questo il principale interesse da salvaguardare, non altri – sarà necessario definire un nuovo patto di legislatura o, qualora ciò non fosse possibile, esplorare la via istituzionale prevista dalla Costituzione prima che vengano sciolte le Camere.
Ma ciò che più di tutto, da cittadino prim’ancora che da giurista, lascia davvero basiti non è assistere all’ennesima crisi politica della seconda repubblica (non ci avevano detto che grazie alle riforme degli anni ’90 e al bipolarismo ci saremmo dimenticati dei “teatrini” della prima repubblica?) ma ascoltare o leggere le dichiarazioni dei diversi leader politici, da Bossi a Berlusconi, passando per Cicchitto, Quagliariello e così via.

La confusione (che però temo non sia in realtà tale) regna sovrana. Si spaccia continuamente il sistema parlamentare sancito dalla nostra Costituzione per qualcosa che non solo non è, ma che (cosa ancor peggiore) non si capisce cosa d’altro voglia essere. Stupisce così tanta superficialità e ignoranza sulle regole fondamentali e sul funzionamento dei meccanismi istituzionali. Ed infatti tale superficialità e ignoranza è spesso voluta e cercata.

Ecco perché ciò che indigna (perché contribuisce a disinformare e, di conseguenza, a far crescere il disinteresse della società civile nei confronti del bene comune e della Politica) è il continuo tentativo di conquistare l’opinione pubblica mediante l’invio di messaggi (veri e propri spot elettorali!) tendenti a descrivere una realtà che non c’è al fine di legittimare, sul piano istituzionale, quella deriva plebiscitaria di cui ha magistralmente parlato Panebianco sulle pagine del “Corriere”. Se da un lato non v’è dubbio che il PDL e la Lega si stiano preparando ad una possibile campagna elettorale, non è questo forse il miglior modo per indurre al suicidio un sistema democratico?

Mi sembra divenuto ormai improcrastinabile il momento di interrogarsi (a cominciare dal singolo elettore) sull’idea di Repubblica che auspichiamo per il nostro Paese e, possibilmente, abbandonare quel “nuovismo confuso e contraddittorio” in campo costituzionale che ha già prodotto non pochi danni dal punto di vista politico-istituzionale oltre che sul piano dei rapporti, sempre meno sussidiari e sempre più conflittuali, tra centro e periferia.

Non so quanto le più giovani generazioni, assistendo ai dibattiti e agli scontri di questi anni o giorni, possano aver conservato una chiara visione di cos´è la Costituzione, se non, forse, in virtù dei richiami che periodicamente e meritoriamente provengono dalla più alta carica istituzionale.
A questo pericoloso risultato ha certamente contribuito, oltre al comportamento opportunistico ed irresponsabile di parte della classe politica, il fatto che, nel cambiamento radicale subito dal nostro sistema politico nell´ultimo decennio, sono andate, se non scomparendo, di certo affievolendosi proprio quelle culture politiche che avevano, nell´epoca precedente, maggiormente concorso a sorreggere e radicare il senso e la funzione storica della Costituzione. Per questo motivo, restaurare e rafforzare un´adeguata cultura politico-costituzionale è forse oggi il compito più urgente, partendo dalle idee fondamentali. E su questo piano, il contributo dei cattolici può essere straordinario. Motivo in più questo per sottolineare come il dibattito di questi giorni sul ruolo dei cattolici in politica è tutt’altro che sterile (a differenza di quanto affermato nel suo ultimo numero dal settimanale “Tempi” che, in copertina, ha definito fumoso e inutile il dibattito sui cattolici). A conferma di ciò, basti citare il recente intervento del Cardinale Scola che, dalle pagine de “Il Sole 24 Ore”, si è soffermato su come il rispetto delle regole del gioco e le regole stesse rappresentino, in definitiva, la prima forma di “bene comune”. Secondo il Patriarca di Venezia, infatti, “è necessario, attraverso procedure pattuite, conferire valore politico al bene sociale primario di carattere pratico: il fatto di vivere insieme. Questo dato sociale deve essere elevato al rango di bene politico da tutti e promosso dalle istituzioni. Ciò non richiede nessun accordo preventivo circa la sua fondazione. All’interno di questo spazio, garantito a tutti, potrà attuarsi il dinamismo del riconoscimento dialogico tra i soggetti sui singoli contenuti di valore, in un confronto serrato ma sempre aperto tra mondovisioni diverse. In tale ottica, il bene pratico politico dell’essere in società potrebbe costituire quell’universale politico che il processo di secolarizzazione ha smarrito lungo la modernità”.
La Costituzione, intesa quale insieme di regole fondamentali dell’ordinamento democratico, non è una legge qualsiasi che può essere manipolata con lo sguardo limitato all´oggi. Il suo ruolo, al contrario, è di fissare e garantire ciò che è destinato a durare ragionevolmente nel tempo, proprio per consentire che cambiamenti, evoluzioni, alternarsi di indirizzi avvengano salvaguardando i valori di fondo di una comunità civile. Ecco perché non ha senso la polemica sulla Costituzione “vecchia”, e non ha senso l´accusa di “conservatorismo” mossa a chi si preoccupa di salvaguardare quei valori e si oppone alla faciloneria di un “riformismo” costituzionale senza radici profonde. Ancora, la Costituzione non è un prodotto politico che possa ricondursi al prevalere occasionale di una forza o di uno schieramento, ed essere trattata come un normale oggetto di programmi elettorali o governativi, su cui la maggioranza del momento decide in nome della forza parlamentare di cui dispone, o come oggetto di negoziato in vista di obiettivi politici di breve periodo ed opportunisticamente intesi. Essa rappresenta piuttosto il quadro di riferimento valido per tutti (è la forma più immediata ed elementare di “bene comune”), che precede e condiziona la dialettica fra maggioranze e minoranze, assicurando la salvaguardia degli interessi ad esse comuni e dei limiti conseguenti. Fare della Costituzione un prodotto di maggioranza o disponibile da parte della maggioranza è tradire l´idea stessa di Costituzione.

L´obiezione, che ogni tanto riaffiora (e le odierne vicende ne sono un esempio), fondata sulla invocazione della sovranità popolare quale giustificazione da esibire per qualsiasi comportamento contrario alle regole costituzionali, e che riecheggia l´antico mito giacobino secondo cui una generazione non può pretendere di vincolare le generazioni successive al rispetto della “propria” Costituzione, fa parte dell´obnubilamento della cultura costituzionale di cui s´è detto. Dimentica, infatti, che la concezione “costituzionale” della democrazia non si fonda sul riconoscimento al popolo della stessa sovranità illimitata che era propria del Sovrano nell´antico regime, ma sull´attribuzione di poteri che si esercitano “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, di una Costituzione che, proprio per la sua funzione storica, “non conosce sovrano”.
La Costituzione italiana, e bene chiarirlo definitivamente, ha avuto ed ha questa funzione. Occorre liberarsi della visione distorta e antistorica che vede in essa il prodotto “autarchico” di un sistema politico “monistico” ormai superato. Essa non è, come diceva Dossetti, “un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato”, ma è nata dal “crogiolo ardente e universale” degli eventi epocali della seconda guerra mondiale, “più che dalle stesse vicende italiane del fascismo e del postfascismo: più che del confronto-scontro di tre ideologie datate, essa porta l´impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”.
E´ lo spirito del costituzionalismo. Quello spirito che soffia nelle Costituzioni nazionali e nelle esperienze ancor giovani ma destinate a crescere di quel “costituzionalismo mondiale”, che la nostra Carta evoca con sguardo antiveggente e che va esattamente nella direzione auspicata dalla Caritas in Veritate di Benedetto XXVI.
Per queste ragioni e per contribuire a scongiurare i rischi di suicidio del nostro sistema democratico, credo sia essenziale rivendicare nell’area politica e nella società civile l´idea di Costituzione ed il valore attuale della Costituzione vigente per rendere possibile quel salto di qualità capace di trasformare la “politica” odierna in “Politica”.

Non sarà dimenticandoci della Costituzione vigente, nè offrendo uno sbocco istituzionale alla democrazia plebiscitaria che saremo in grado di perseguire il “bene comune”, fornendo quelle soluzioni, pur storicamente contingenti, capaci di rispondere alla complessità dei problemi che attanagliano il nostro tempo. Ciò sarà possibile solo recuperando la tradizione degli universali procedurali, le regole minime di funzionamento della democrazia rappresentativa così come codificate dalla scienza politica più avvertita, accanto a una degna considerazione della irriducibilità degli argomenti meta- e pre- politici (quali ad esempio i diritti umani, a partire dal diritto alla vita, passando per quello alla libertà economica e d’intrapresa, alla partecipazione politica e così via…) e, in definitiva, applicando al nostro sistema democratico il metodo del liberalismo delle regole. f ffffffffff

Ritrovare coesione e unità politica. Una lezione che viene dal passato

(5 gennaio 2010)

Sia Fini che Napolitano – durante la cerimonia in memoria di Enrico De Nicola, nel cinquantenario della sua scomparsa – hanno evidenziato l’esigenza di una rinnovata coesione nazionale. Si tratta di un invito che fa eco a quello fatto dallo stesso Presidente Napolitano durante il suo discorso di fine anno in occasione del quale aveva già avuto modo di ribadire la necessità di “perseverare nell’impegno per una maggiore unità della nazione”, requisito essenziale per avviare quelle riforme economiche, sociali ed istituzionali che “non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del Paese”.

Gli ultimi mesi dell’anno appena trascorso sono stati certamente incandescenti da un punto di vista politico. Tuttavia, fatte salve pochissime eccezioni, i temi dell’agenda politica affrontati sono apparsi troppo lontani dai veri problemi del Paese e, soprattutto, poco orientati verso il bene comune. In particolare, sul piano delle riforme è mancato (e sembra ancora mancare, nonostante i buoni propositi) una vera condivisione dei valori di fondo alla base di una sana democrazia. A partire da quella consapevolezza, richiamata anche da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro”.

A partire dall’ormai nota bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, si sono susseguiti attacchi violenti al testo costituzionale e, in definitiva, a quel sistema di pesi e contrappesi in esso delineato. Un sistema, peraltro, già soggetto a numerose e a volte non condivisibili distorsioni che ne hanno in parte snaturato il senso. Sarebbe sin troppo semplice ricordare le continue frizioni, specie in relazione all’esercizio della funzione legislativa, tra Governo e Parlamento o l’incapacità di quest’ultimo a svolgere una vera e rigorosa attività di indirizzo politico nei confronti dell’esecutivo. L’impressione è che si voglia sempre più ridefinire in via di fatto un sistema democratico che, con i suoi limiti e i suoi pregi, ha garantito all’Italia quel futuro in cui oggi viviamo.

Il che, tuttavia, non deve essere frainteso o scambiato per una strenua difesa dello status quo costituzionale. Bensì, come un appello rivolto a tutte le forze democratiche per una maggiore consapevolezza della necessità – ineliminabile in una democrazia matura – di un chiaro, efficace e moderno sistema di regole istituzionali capace di garantire quella necessaria “collaborazione della famiglia umana” auspicata da Benedetto XVI. Ciò si traduce, in primo luogo, nella ricerca di quegli accorgimenti istituzionali capaci di far si che le decisioni pubbliche (necessariamente percepite come eteronome rispetto a quelle espressione dell’autonomia privata) siano assunte dalla maggioranza politica senza che ciò possa integrare una “dittatura della maggioranza” con l’avrebbe definita Alexis de Tocqueville. E, in secondo luogo, nella costruzione di un sereno clima di legittimazione politica all’interno del quale ciascuna forza sia chiamata a confrontarsi sulle questioni del Paese con più progettualità e meno calcolo politico.
Questa – seppur in un contesto fortunatamente molto diverso – altro non è che la medesima grande sfida brillantemente vinta dai nostri padri costituenti. Essi, infatti, raggiunsero l’ambizioso obiettivo di costruire una democrazia moderna in un Paese diviso attraverso l’accettazione, da parte delle maggiori forze politiche, di una sorta di accordo tacito che portò, fin dalle prime fasi del lavoro della costituente, a distinguere nettamente le questioni costituzionali da quelle di politica contingente. Quest’accordo tacito che maturò sui banchi della costituente portò, così, a distinguere la prospettiva storica entro cui la nuova costituzione andava collocata dalla prospettiva più strettamente politica, legata alle contingenze dei problemi della ricostruzione. Una distinzione questa che portò alla definizione di un assetto costituzionale come prodotto di un “patto di lunga durata”, costruito più per le generazioni future che per le presenti. Una costituzione, cioè, improntata ad una visione “alta” dei principi, dei valori e delle regole su cui la nuova democrazia repubblicana doveva essere fondata. Una lezione questa che ancor oggi dovrebbe farci riflettere e ispirarci.

Come sempre, però, le istituzioni e la politica possono fare molto ma non tutto perché i processi politici devono necessariamente partire dal basso. Non a caso, nel dopoguerra, fu decisivo il contributo offerto dai corpi sociali intermedi e dalla Chiesa a favore della ricostruzione.

Per questo, nel processo di revisione delle regole di funzionamento della nostra democrazia e di modifica dell’attuale quadro politico (stagnante e spesso privo di vere eccellenze) la società civile può svolgere un ruolo importante. È in questo senso che deve essere letto l’appello fatto più di un anno fa’ da Benedetto XVI a favore dell’emersione di “una nuova generazione di politici cattolici, che abbiano rigore morale e competenza”.
Nel nuovo anno, di fronte alla necessità di ritrovare la coesione sociale e una visione “alta” delle questioni politiche, – raccogliendo l’invito contenuto nella Caritas in Veritate – occorrono uomini rinnovati nello Spirito, cittadini capaci di dar vita e animare istituzioni in grado di perseguire, secondo il metodo sussidiario e l’esercizio costante delle virtù, quel bene di tutti e di ciascuno che è il bene comune.

Il quadro giuridico ed istituzionale del mercato di Benedetto XVI

(8 luglio 2009)

La pubblicazione della prima enciclica sociale di Benedetto XVI a pochi giorni dal G8 dell’Aquila non pare essere una semplice coincidenza. Si tratta, infatti, di due eventi di straordinaria importanza perché saremo presto chiamati a scegliere quale modello di sviluppo vogliamo per i nostri figli.
E sul punto le opzioni a disposizione sembrano essere sostanzialmente due: ricercare, attraverso le azioni umane e gli strumenti economici, politici e sociali a nostra disposizione, la felicità umana nel solo benessere materiale; oppure, riconoscendo i limiti e la fallibilità della nostra conoscenza e degli strumenti in nostro possesso, concentrare gli sforzi nella ricerca di un modello di sviluppo integrale della persona, intesa sia nella sua dimensione materiale sia in quella spirituale.

L’enciclica “Caritas in veritate” [da una prima, sommaria e selettiva lettura], nel sottolineare come “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”, indica una chiara visione dell’economia di mercato. Delinea un sistema economico quanto più lontano da logiche dirigistiche e statalistiche, incentrato invece sul libero scambio e su una concezione del mercato che, riconoscendo la propria fallibilità, si apre a valori come solidarietà, la gratuità, la fiducia.

Un mercato concepito in chiave meramente produttivistica ed utilitaristica, in cui la persona non è considerata nella sua integrità, a lungo andare si manifesta per quello che è, cioè, come uno strumento incapace di assicurare un sviluppo non meramente consumistico e materialistico. Al contrario, in una “economia sociale di mercato” [un mercato che assume la cultura delle regole come cifra di civiltà], l’uomo – con la sua azione, la sua creatività e la sua capacità di innovare – viene posto al centro dei processi di mercato, fino a divenirne il fine.

Per far questo però, il mercato non può bastare a se stesso. Esso necessità di altri strumenti quali gli ordinamenti giuridici, i sistemi di controllo sociale extragiuridici, un’etica che contempli la cultura delle regole ed un sistema d interventi pubblici conformi al mercato, capaci di perseguire efficacemente gli interessi “civili” dei singoli. Si tratta di strumenti che devono operare all’interno del sistema economico ed intervenire in chiave sussidiaria al fine di lubrificare gli ingranaggi del libero mercato. Da un lato, accrescendo la fiducia e la correttezza tra gli operatori e garantendo la coesione sociale, dall’altro, scongiurando il rischio concreto che nella trama delle relazioni di mercato l’uomo venga ridotto a mero contraente, perdendo di conseguenza quel valore intrinseco che è invece proprio di ogni singola persona indipendentemente da ciò che essa è in grado di scambiare nel mercato.

I prodotti finanziari-assicurativi costruiti per distribuire il più possibile i rischi derivanti dall’erogazione del credito, la delocalizzazione industriale concepita non come strumento di solidarietà ma di sfruttamento a fini produttivi di manodopera a basso costo, le politiche pubbliche di incentivazione ai consumi delle famiglie finalizzate all’aumento del PIL anche in condizioni di crescita demografica pari a zero (si veda la vicenda dei mutui subprime), la perversa concorrenza “a ribasso” tra ordinamenti giuridici in ambito sovranazionale (specie in materia di diritti sociali), le politiche di deregulation anche in settori sensibili come la finanza e il credito, l’assenza nel diritto globale dell’economia di un soddisfacente bilanciamento tra valori economici e valori non economici, rappresentano strumenti distruttivi del mercato e cioè, gli esiti di un’economia concepita in modo slegata rispetto alla logica del dono che è invece immanente nell’economia di mercato auspicata da Benedetto XVI.

Quanto detto ci mette tutti nelle condizioni di riflettere sulle possibili exit strategies con una prospettiva parzialmente diversa rispetto a quella con cui siamo soliti analizzare l’attuale crisi economica. Ci invita ad abbandonare quella concezione che vorrebbe l’economia affrancata dalla morale e che nega l’utilità – entro certi limiti e a determinate condizioni – della politica, delle istituzioni e delle regole per il corretto funzionamento del mercato.

Nell’esperienza degli Stati nazionali, quando ancora i confini dello Stato e quelli del mercato coincidevano, non sempre la politica ha dato prova di saper governare l’economia senza lasciarsi prendere dalla tentazione dirigistica. Del pari, non sempre le regole sono state in grado di promuovere la libertà economica, assicurando un’efficace tutela degli interessi pubblici. Ma quando le caratteristiche dell’economia post-industriale e la globalizzazione hanno segnato la fine di questo modello, si è venuta a creare una situazione di ingovernabilità del sistema economico e di eccessiva conflittualità intersoggettiva in parte riconducibile alla frammentazione dei pubblici poteri il cui intervento si basa sempre più su meccanismi e procedure di tipo non democratico, slegato dal circuito della rappresentanza politica.
In questo mutato contesto, l’insufficienza dei tradizionali strumenti giuridico-istituzionali tesi a promuovere il corretto funzionamento del mercato (tra cui rientra tanto la finanza pubblica, quanto la disciplina dei mercati finanziari, i servizi pubblici e l’azione delle autorità indipendenti), accompagnata dall’affermazione di un nuovo sistema valoriale spiccatamente egoistico e indifferente al bene di chi mi passa accanto, hanno permesso che nel mercato globale si facesse largo una visione economicistica dell’esistenza da cui è scaturita una preoccupante confusione tra fini (la persona) e mezzi (l’economia).

Perciò, se da un punto di vista culturale ed antropologico occorre soffermarsi sulla necessità di rinnovare il “contratto sociale” su cui si fonda il capitalismo, da un punto di vista giuridico-istituzionale, interrogarsi sulle possibili exit strategies significa avviare una riflessione su quali possano essere i mezzi attraverso cui, nonostante la globalizzazione e la persistente frammentarietà degli ordinamenti giuridici, assicurare al mercato oltre all’esercizio della virtù della giustizia commutativa, quella giusta dose di giustizia distributiva, senza la quale neppure la prima può essere esercitata. Si tratta, in altri termini, dell’affascinante tema della governance dell’economia globale e del problematico rapporto tra politica, diritto e mercato la cui soluzione non può che essere l’attuazione del principio di sussidiarietà.

L’ormai irreversibile crisi degli Stati nazionali, la frammentazione dei pubblici poteri e il nuovo rapporto tra società e diritto che ne è scaturito, la sussistenza di un articolato insieme di norme e regole e nel contempo di intersezioni fra diversi ordinamenti giuridici nazionali ed ultranazionali ove è assente qualsiasi forma di regolamentazione, deve spingere i potenti della terra verso il rafforzamento (anche politico) di una costituzione giuridico-istituzionale del mercato globale, favorendo il bilanciamento fra il libero mercato e quei valori extra economici il cui rispetto è essenziale per uno sviluppo equilibrato degli scambi e delle regolazioni in ambito sovranazionale.

Nell’impossibilità di immaginare la creazione di un vero e proprio Stato globale [ma anche la rischiosità che un simile evento comporterebbe], un passo importante (e forse più efficace) sarebbe quello di riflettere sulla possibilità di dar vita ad una vera e propria costituzione economica globale (a cui dovrebbero ancorarsi i global legal standards) capace di porre, nel rispetto della libertà dei singoli, poche e semplici regole a presidio degli interessi generali e del mercato stesso e di impedire che la concorrenza tra ordinamenti dia luogo ad una corsa al ribasso capace di stravolgere qualsiasi valore e tutela della persona. In questo nuovo contesto giuridico-istituzionale gli Stati nazionali (e, nel nostro caso, l’Europa) sarebbero chiamati ad intervenire, attraverso gli strumenti a propria disposizione, in chiave sussidiaria e conforme al mercato con l’unico fine di assicurare quella tutela della dimensione integrale della persona che tanto nelle economie chiuse quanto nella globalizzazione è mancata.

La flessibilita' retributiva fa salire la produttivita'

 (Il Giornale, 30 dicembre 2007)

Se il lavoro rappresenta la situazione esistenziale nella quale per eccellenza la persona manifesta la propria dinamica umana socialmente piu’ rilevante, allora vuol dire che sarebbe civilmente irresponsabile non considerare le trasformazioni che negli ultimi anni hanno investito il rapporto uomo-lavoro. Tali trasformazioni non sono soltanto l’esito di una presunta maggiore o minore coscienza di classe da parte del lavoratore (dipende dalla prospettiva dell’osservatore), ma evidenziano una radicale evoluzione del rapporto stato-cittadino. L’organizzazione del lavoro e con essa l’articolazione delle relazioni industriali e sindacali hanno riflettutto il passaggio da un modello classico che chiameremmo “servo-padrone” – migliorando progressivamente e possibilmente le condizioni economiche e sociali del lavoro grazie all’opera congiunta dei sindacati dei lavoratori e di quelli datoriali, ad un modello il cui paradigma riflette le ragioni del rincipio di sussdiarieta’. In primo luogo, in forza di tale principio, il suddetto binomio perde le caratteristiche della desueta ed ideologica relazione “servo-padrone” per radicarsi nelle relazioni di cittadinanza tra le parti che compongono la variegata “societa´civile”. In secondo luogo, cio’ che determina l’ordine in una societa’ civile articolata secondo il principio di sussidiarieta’ e’ la consapevolezza logica, morale e politica-economica che le conoscenze disperse di tempo e di luogo necessitano inevitabilmente dell’individuazione di inediti centri decisionali sempre piu’ prossimi alle rispettive parti che avvertono l’esigenza della soluzione del bisogno stesso. Dunque, se il lavoro e’ causa efficiente dell’edificazione di una societa’ civile libera e virtuosa, la riarticolazione delle relazioni sindacali su base sussidiaria rappresenta a pieno titolo il fondamento del passaggio dal centralistico, diseconomico ed incivile (in quanto anti-sociale) “welfare state” al piu’ umano, cicile ed economicamente produttivo “welfare society”: la ricerca del benessere civile che tenga conto della liberta’ e della dipendenza reciproca di ciascun a persona.

Il dibattito degli ultimi giorni sulla proposta (tutt’altro che innovativa) della Lega di ritornare alle “gabbie salariali” hanno riacceso i riflettori sulla questione salariale e, parallelamente, accellerato il dialogo, seppur per ora informale, tra Governo, Confindustria e Sindacati sul tema della riforma della contrattazione collettiva. Un dibattito, peraltro, che potrebbe trovare nuovi spunti da una più approfondita analisi della lettera encliclica “caritas in veritate” e, in generale, della dottrina sociale della Chiesa.
Sebbene per oltre cinquant’anni il contratto collettivo parametro sia riuscito a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia una retribuzione tale da assicurargli un’esistenza libera e dignitosa, oggi non è più così. È cambiato il contesto economico di riferimento, il ruolo dello Stato nell’economia, le esigenze di un mondo produttivo sempre più esposto alla competizione internazionale.

L’accordo del 1993 ha previsto un doppio livello di contrattazione: uno nazionale, inderogabile, ed uno aziendale collegato all’andamento della produttività. Ne è scaturito un sistema per cui i contratti collettivi nazionali, dovendo assicurare l’uniformità del trattamento retributivo su un territorio nazionale tutt’altro che economicamente omogeneo, fissano salari normalmente bassi che, almeno in teoria, dovrebbero essere incrementati in sede di contrattazione integrativa aziendale.

Vero è, però, che ciò avviene solo nel 10% dei casi con la conseguenza che in nome dell’uniformità del trattamento retributivo e dell’ideologia vengono penalizzati i lavoratori delle piccole e medie imprese: l’asse portante del sistema imprenditoriale italiano.

Se ciò non bastasse v’è un altro aspetto da considerare. Lo status quo non solo non tutela i lavoratori delle imprese più piccole che generalmente non applicano la contrattazione di secondo livello ma, non permettendo investimenti sul capitale umano, non favorisce la competitività del nostro sistema produttivo.
Ecco spiegato, almeno in parte, il perché i nostri salari sono i più bassi d’europa, le imprese non reggono la competizione internazionale, i consumi non crescono e la confluttualità tra datori di lavoro e lavoratori ha raggiunto livelli ormai insostenibili.

Che fare allora per risolvere la questione salariale senza pregiudicare gli interessi dell’impresa?
Qualunque soluzione si voglia adottare, il nodo centrale da sciogliere resta la produttività del lavoro ed il passaggio da una politica sindacale conflittuale ad una logica di condivisione dei lavoratori alle sorti dell’impresa. Per questo, occorre puntare sulla principale tra le risorse economiche: il capitale umano, la voglia di lavorare, la creatività, l’inventiva e l’imprenditorialità dei lavoratori.

Ciò significa, concretamente, fare due operazioni.

In primo luogo, riformare la contrattazione abbandonando quell’idea secondo cui la giusta retribuzione può essere fissata solo a livello nazionale e non a livello territoriale o aziendale. In tal senso, fermo restando il doppio livello di contrattazione, occorrerebbe prevedere che il contratto collettivo nazionale pur continuando a determinare i livelli minimi di retribuzione sia derogabile, anche in negativo, in sede di contrattazione integrativa (regionale, provinciale o aziendale) in presenza di particolari esigienze del mondo produttivo, dei lavoratori o delle politiche di sviluppo locale. Ciò significherebbe spostare il baricentro della contrattazione permettendo così: a quella nazionale di fissare livelli retributivi decisamente più elevati; e a quella integrativa di dar vita a modelli sperimentali di assetto dei rapporti di lavoro diversi rispetto a quelli stabiliti nel contratto nazionale, maggiormente coerenti con le caratteristiche territoriali e capaci di realizzare effettivamente uno scambio virtuoso tra produttività e salario.
Si tratterebbe, in altri termini, di dar vita ad un sistema di contrattazione capace non solo di ridistribuire ma anche e soprattutto di creare nuova ricchezza e benessere attraverso una migliore allocazione delle risorse.
In secondo luogo, superare il principio di omnicomprensività della retribuzione in sede di prelievo fiscale e previdenziale dando vita ad un sistema tributario (e ciò a maggior ragione in vista dell’attuazione del federalismo fiscale) capace di incentivare la produttività del lavoro attraverso un efficace sistema di sgravi ed agevolazioni fiscali.

Su queste tematiche e proposte, il Centro Studi Tocqueville-Acton è pronto ad avviare una serie di iniziative ed incontri di studio con il coinvolgimento di sindacati e mondo politico. La questione salariale, infatti, può essere affrontata e risolta solo attraverso interventi strutturali sufficientemente lungimiranti, coerenti e condivisi.