Come evitare la democrazia sospesa. Una recensione a ‘La democrazia costituzionale tra potere economico e sovranità popolare’

La bellissima recensione di Flavio Felice (che ringrazio) al mio lavoro ‘La democrazia costituzionale tra potere economico e sovranità popolare’ pubblicata su Avvenire del 26 aprile 2020.

COVID-19: paura, distanziamento sociale e biopolitica

Se la gestione dell’emergenza sanitaria provocata dal dilagare del COVID-19 in Europa e nel mondo delinea un quadro davvero preoccupante del nostro presente, il futuro si preannuncia non solo pieno di incognite sul piano sanitario, economico e sociale ma ricco di potenziali cortocircuiti sul piano dell’equilibrio tra i valori della sicurezza sociale e della libertà personale.

All’impreparazione mostrata nelle scorse settimane sul piano dell’emergenza sanitaria, nel futuro prossimo rischia di associarsi quella che interessa il piano socio-politico, aggravata dall’assenza nelle nostre società di sicuri anticorpi in grado di difendere quelle conquiste di libertà faticosamente raggiunte nel secolo scorso, minacciate da un potere economico e tecnologico che, pur assumendo sembianze benevole, si fa largo sempre più prepotentemente nelle nostre vite.

Temo seriamente che la gestione del post emergenza si caratterizzerà per una violenta esplosione delle contraddizioni già in essere nelle nostre società, alimentate dall’insicurezza, dalla paura e da una rinnovata disponibilità degli individui a concedere crescenti deroghe rispetto ai principi di fondo su cui si reggono le nostre democrazie costituzionali.

Alla luce di quanto emerge da una ricerca pubblicata dalla MIT Technology Review è possibile evidenziare come COVID-19 e distanziamento sociale se, da un lato, stanno facendo riscoprire il ruolo sociale delle élite competenti (medici e scienziati), dall’altro, stanno contribuendo a sdoganare l’idea di una società nella quale non solo (fuori dall’élite) uno vale uno,  ma che si può vivere isolati (o in gruppi molto ristretti) dal resto della società pur risultando nello stesso tempo pienamente connessi ad essa.

Tuttavia, tanto una società senza élite quanto un’élite senza società mi paiono essere entrambi binomi pericolosi. Il buono (o meglio, il bene comune) sta nella loro relazione, non nella loro gerarchizzazione. E, una società debole, anche senza esplicite e manifeste derive autoritarie, resta comunque una società di sudditi o, nel migliore dei casi, un gregge di pecore pronto per essere guidato.  

Se questo è lo scenario che ci aspetta, le riflessioni di Michel Foucault sulla biopolitica mi paiono rappresentare una bussola importante per riflettere sul futuro con cui le nostre democrazie costituzionali dovranno confrontarsi. Siamo palesemente culturalmente impreparati ad affrontare tutto questo.

Fino ad ora si è fatto riferimento a questa categoria foucaultiana – soprattutto nel tentativo di attaccare l’UE – in modo del tutto inappropriato, sbagliando clamorosamente bersaglio. Dopo esserci sbarazzati delle regole europee ed una volta abbassate le difese immunitarie della società contro il potere, quale contesto migliore del post emergenza globale per realizzare l’ambizione di funzionalizzare la società ad esso. La differenza però rispetto al passato risiederà forse nel fatto che quel potere quasi sicuramente non sarà quello politico (che tanto abbiamo temuto nel secolo scorso), ma quello economico-tecnologico nei confronti del quale quello politico si candida ad essere sempre più funzionalizzato.

La difesa degli spazi di libertà faticosamente conquistati nel secolo scorso rappresenta perciò un terreno di confronto essenziale tanto del dibattito accademico-scientifico quanto nell’opinione pubblica. 

Populismo, democrazia e diritti fondamentali

(L’Osservatore Romano, 13 novembre 2019)

L’idea che il populismo, alimentato da un mutato modo di concepire la politica al tempo delle nuove tecnologie e dei social network, implichi una maggiore democrazia è senz’altro uno degli equivoci più dannosi della nostra storia recente. Il fraintendimento sta sia nel considerare il popolo un’entità astratta, una massa indistinta di individui privi di soggettività e, dunque, di relazionalità; sia nel ritenere che sia concepibile, oltre che auspicabile, l’esistenza di un unico soggetto legittimato a rappresentare ciò che viene chiamato popolo escludendo, pertanto, ogni forma di legittima contendibilità del potere politico.

Ìn tal modo, la critica alle élite – talvolta giusta e condivisibile – in nome di un popolo spesso vittima delle dinamiche estrattive degli assetti istituzionali, si trasforma dunque nell’esatto opposto della democrazia: nell’antipluralismo, per cui si finisce per negare legittimazione politica a coloro che non si identificano nella medesima idea di popolo, e nel dominio di una parte (maggioranza) sull’altra (minoranza).

Senza uscire dai confini europei e restando all’attualità, il populismo si è perlopiù manifestato come una via di fuga rispetto ad un’idea della democrazia quale insieme di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure. In altri termini, una delle costanti dei governi di impronta populista è rappresentata dal tentativo di allentare i vincoli procedurali e sostanziali tipici della democrazia costituzionale.

La democrazia, intesa quale metodo di formazione delle decisioni pubbliche, ruota però attorno all’idea di una verità sull’uomo. Tant’è che il populismo può radicarsi e prosperare avvelenando e distorcendo il processo democratico proprio nelle realtà in cui aleggia un malinteso concetto di popolo e, conseguentemente, di bene comune.

L’indebolimento dei presupposti filosofici che sono alla base dell’ideale democratico dell’autogoverno o governo del popolo, finisce così nello storytelling populista per implicare l’accettazione di un’idea di sovranità popolare secondo cui la democrazia coincide con la regola della maggioranza e la volontà popolare con un potere governante abilitato ad agire senza freni.

Una siffatta concezione della democrazia è, tuttavia, inaccettabile poiché deve fare i conti con l’esistenza di diritti per loro natura indisponibili come lo sono i diritti fondamentali della persona, chiamati a svolgere il ruolo di limite del potere governante, la cui effettività costituisce una parte essenziale (sebbene spesso in ombra rispetto al suffragio elettorale) della sovranità popolare. È in questa relazione che si instaura tra principio maggioritario e garanzie dei diritti fondamentali, e che si caratterizza per l’esistenza di vincoli giuridici e poteri neutrali, che si esprime un’autentica democrazia, rispettosa cioè della verità.

A conclusione di questa riflessione occorre rilevare, però, come la garanzia dei diritti fondamentali richieda spesso la predisposizione di un ingente apparato pubblico chiamato a darvi effettività (nei settori della sanità, difesa, scuola, giustizia e così via) e, soprattutto, risorse per farvi fronte. Poiché la regola della maggioranza implica tipici costi diretti e indiretti, connessi alla necessaria ricerca del consenso, che si scaricano inevitabilmente sul bilancio pubblico, tale meccanismo può innescare un pericoloso cortocircuito per cui l’inefficienza dei processi decisionali pubblici, sottraendo risorse destinate alla tutela dei diritti della persona, finisce non solo per alimentare scontento e distacco nei confronti delle istituzioni, ma per neutralizzare quel necessario freno al potere governante costituito proprio dalla garanzia dei diritti fondamentali. Lasciando così spazio, sulla base di una falsa promessa di sovranità, a pericolose tentazioni populiste, come sta avvenendo in gran parte del mondo a partire dagli Stati Uniti e dall’Europa.    

Contrariamente alle proposte populiste di allentamento dei vincoli costituzionali in nome delle nuove tecnologie, della democrazia diretta e di un orizzonte delle decisioni politiche che si fa sempre più breve e privo di visione, un’autentica democrazia e una sovranità popolare correttamente intesa richiedono perciò l’esistenza di vincoli giuridici – siano questi derivanti dal diritto interno o sovranazionale – in grado di garantire i diritti fondamentali della persona sia direttamente, permettendo cioè la loro diretta esigibilità nei confronti dei pubblici poteri da parte dei cittadini, che indirettamente, riducendo cioè le inefficienze dei processi decisionali pubblici. Senza garanzia diritti fondamentali persona, infatti, nessuna democrazia può essere a misura d’uomo.

Le differenze di colore e lo schieramento che non c’è

(Formiche, 13 settembre 2019)

Il Conte Bis, stando a queste battute iniziali, non presenta quei caratteri di discontinuità che, almeno per una buona parte del Paese, sarebbe stato lecito aspettarsi. C’è (almeno per ora) un cambio nei toni, nel linguaggio, nello stile, nella scelta di porre l’accento su alcune tematiche (es. transizione ecologica) in luogo di altre. Ma questa è solo comunicazione, retorica, non sostanza.

La ricetta magica tanto del Conte gialloverde quanto del Conte giallorosso, prima avvocato del popolo e oggi difensore delle istituzioni, resta purtroppo la medesima e si chiama spesa pubblica in deficit. L’unica differenza è che mentre Salvini-Di Maio la pretendevano in nome del popolo e con la velata minaccia di far saltare l’Euro, oggi Conte-Gentiloni la richiedono con maggiore garbo istituzionale: la chiamano (come ha fatto, prima di loro, Renzi) flessibilità o riforma dei parametri quantitativi del Patto di Stabilità e Crescita (si veda Mattarella a Cernobbio), ma sempre più spesa in deficit significa.

Per coerenza ed onestà intellettuale, coloro cha hanno criticato il Governo del cambiamento e la “manovra del popolo” non potranno che criticare anche questo Governo qualora dovesse persistere sulla medesima strada. Redistribuire senza adottare soluzioni per favorire una crescita sostenibile, equilibrata e duratura, in una fase in cui la torta tende progressivamente a restringersi e i costi dei servizi pubblici a crescere esponenzialmente, è del tutto irresponsabile. Se sbagliare è umano e perseverare diabolico, la riproposizione in salsa diversa della medesima ricetta in violazione dei più basilari principi di prudenza fiscale significa davvero non aver capito nulla dalla lezione della crisi dei debiti sovrani, dall’esperienza della Grecia e di quali siano le precondizioni giuridico-istituzionali per la crescita.

La realtà è che nel nostro Paese, in modo non dissimile da quanto avvenuto nel corso della prima e della seconda repubblica, non si è ancora affermato l’unico vero bipolarismo che potrebbe farci fare un decisivo passo avanti verso la modernizzazione del nostro sistema economico e sociale: quello basato sulla contrapposizione tra il partito della spesa e della presenza pervasiva dello Stato in ogni attività (a cui possiamo a vario titolo iscrivere pressochè tutte le forze oggi rappresentate in Parlamento) e quello della libertà e di un effettivo esercizio della sovranità popolare da intendersi, all’opposto di quanto superficialmente fanno i nostri partiti populisti/sovranisti, non quale risultato dell’esecuzione di una presunta volontà generale di stampo giacobino e organicistico, bensì quale recupero da parte della società di quegli spazi di azione che un inefficiente sistema politico-amministrativo e di welfare di stampo marcatamente pubblicistico hanno progressivamente eroso provocando una grave rottura del patto tra generazioni (che risponde al nome di debito pubblico) senza peraltro essere riuscita a costruire un sistema realmente in grado di dare effettività ai diritti fondamentali della persona (si pensi, solo per fare degli esempi, ai gravi problemi della scuola, alle persistenti disuguaglianze regionali nel settore della sanità e alle pesanti carenze nel campo dell’assistenza sociale).

Il grande assente è dunque il partito della fiducia nel buon senso, della ricerca di una sintesi Politica capace di mantenere in equilibrio mezzi utilizzati e fini perseguiti dallo Stato. Uno schieramento silenzioso ma rivoluzionario che, facendo propria la nozione sturziana di popolo e della sovranità come limite piuttosto che legittimazione di un potere politico che aspira ad operare senza freni (o, come dicono alcuni, con “pieni poteri”), sappia riconoscere il ruolo sussidiario dello Stato rispetto alla persona e alla società, liberando le energie di un Paese bloccato, perennemente ostaggio di interessi di parte che il sistema politico non è stato sin qui in grado di ricomporre in nome del bene comune.

Se vengono meno i valori di fondo la pacifica convivenza è a rischio

La giustificabilità della violazione di una legge in presenza di situazioni di emergenza, di uno stato di necessità o di pericolo è una domanda che presuppone una risposta articolata e complessa. Sebbene, infatti, siano diversi i casi in cui la presenza tali circostanze può giustificare l’adozione di un comportamento in violazione di una norma, senza tuttavia far venir meno il suo carattere antigiuridico, occorre sottolineare l’eccezionalità di tali previsioni, che trovano la loro fonte di legittimazione nella sussistenza di un bilanciamento tra interessi in gioco che, in determinate circostanze e condizioni, vede uno di questi recedere rispetto all’altro in funzione del grado di tutela offerto dall’ordinamento.

È il classico caso dello stato di necessità previsto dall’art. 54 del codice penale, laddove la necessità di evitare un danno grave alla persona può costituire causa di non punibilità. O, sul fronte civilistico, dell’art. 2045 del codice civile che rimette all’equo apprezzamento del giudice la determinazione di un indennizzo (e non dell’integrale risarcimento del danno) in favore del danneggiato. Il concetto chiave, in tutti questi casi, è quello del bilanciamento tra interessi e valori contrapposti, inteso quale prezioso strumento attraverso cui l’ordinamento giuridico ricompone i conflitti intersoggettivi assicurando una convivenza civile e pacifica.

Uno dei principi cardine di quello che chiamiamo stato di diritto è il principio di legalità che esprime il primato della legge come manifestazione della sovranità popolare e in forza del quale nessun soggetto dell’ordinamento – sia esso un singolo cittadino, una pubblica amministrazione, un’impresa, un’associazione, un rifugiato o un emigrato irregolare – può ritenersi sottratto all’obbligo di rispettarne le leggi. In quanto strumento fondamentale per assicurare la pacifica convivenza, tale principio assolve ad una funzione di garanzia del cittadino a tutela della libertà di quest’ultimo, sia rispetto al potere coercitivo dello Stato che all’esercizio dei diritti di libertà da parte degli altri consociati.

Pertanto, in una realtà sociale organizzata secondo la rule of law, nessun soggetto può legittimamente ritenersi al di sopra delle regole, siano esse nazionali, regionali, europee o internazionali, così come pure sottrarsi dai propri obblighi contrattuali o dalle prescrizioni imposte da una qualunque autorità amministrativa. E, sempreché, tali obblighi negoziali o amministrativi siano sorti in virtù di un contratto legittimamente stipulato o siano conseguenza del legittimo esercizio dei poteri da parte di una pubblica amministrazione. 

La dinamica di una società complessa come la nostra presenta però molteplici conflitti intersoggettivi e una naturale contrapposizione tra valori e interessi che devono trovare, all’interno delle relazioni sociali e nell’ordinamento giuridico, adeguati strumenti di ricomposizione. Si pensi al caso dell’ILVA di Taranto, dove per anni il conflitto ha riguardato due valori fondamentali come la salute e il lavoro. O, ancora, al recente caso della Sea Watch 3 e al controverso dibattito che vede contrapposte le ragioni del soccorso umanitario con quelle della tutela dei confini nazionali e della sicurezza. E, infine, alle esigenze di finanza pubblica e di contenimento della spesa che impongono scelte dolorose in termini di contrazione dei livelli di welfare. Tali strumenti di ricomposizione presuppongono, a loro volta, l’esistenza di una precisa scala di valori e interessi coerente con la realtà sociale e il contesto culturale che il fenomeno giuridico è chiamato a regolare.

In tutti questi casi, quando cioè il conflitto tocca interessi qualificati dall’ordinamento stesso come ugualmente meritevoli di tutela si pone perciò in capo al legislatore, al giudice o alla pubblica amministrazione, l’onere di effettuare un bilanciamento che solitamente si risolve con l’individuazione di un valore dominante e di uno recessivo. Non si tratta, ovviamente, di scelte rimesse all’arbitrio del legislatore, della magistratura o dell’amministrazione, bensì di una operazione che presuppone – in ossequio al principio di legalità – la coerenza con i valori di fondo dell’ordinamento costituzionale e, in ragione dell’appartenenza alla comunità internazionale, con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale.

La cronaca degli ultimi giorni, i commenti e le reazioni dei leader politici sulle vicende Sea Watch 3, Atlantia, ILVA, passando per la procedura di infrazione per deficit eccessivo, sono il termometro di un preoccupante stato di salute dei nostri strumenti di ricomposizione dei conflitti sociali. Ci offrono, infatti, lo spaccato di un malinteso concetto di sovranità popolare che, lungi dall’esprimere il suo senso autentico di limite al potere politico in funzione di garanzia dei diritti fondamentali della persona, finisce per significare il suo esatto contrario. La degradazione del concetto di sovranità, tanto sul piano dei rapporti internazionali che su quello interno, e di tutto ciò che dall’esercizio di quest’ultima consegue, diretta conseguenza della degradazione dell’ambiente materiale, culturale e sociale nel quale viviamo, costituisce un grave vulnus rispetto alla capacità del nostro ordinamento di governare e di ricomporre efficacemente le fratture e le contrapposizioni che caratterizzano la nostra società.

Il fatto stesso di doverci domandare se sia lecito violare la legge per salvare vite umane è il sintomo di un preoccupante imbarbarimento culturale e sociale che, a lungo andare, rischia di deresponsabilizzare la società civile rispetto al compito primario di trovare essa stessa, al suo interno, riconoscendosi come comunità, idonei strumenti di ricomposizione dei conflitti intersoggettivi attraverso la condivisione di valori di fondo (a partire da quello della vita e della dignità umana) e, dall’altro, quale sua diretta conseguenza, di sovraccaricare ed irrigidire i meccanismi di ricomposizione offerti dall’ordinamento giuridico, ponendo così a rischio la stessa civile e pacifica convivenza. m

Superare le crisi aziendali con la solidarietà

Il recente fallimento del Mercatone Uno segnerà certamente la vita e il destino di tante famiglie. A queste deve perciò andare tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Tra dipendenti e indotto si parla di circa diecimila lavoratori sparsi per l’Italia e di un passivo, accumulato in meno di un anno, da quando l’azienda è stata rilevata dalla procedura di amministrazione straordinaria, pari a circa novanta milioni di euro. Numeri da capogiro con conseguenze pesanti in un’economia che non solo non cresce ma che continua a perdere competitività anche in settori in cui avremmo in realtà tutte le carte in regola per essere leader.

Vista nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, la vicenda del Mercatone Uno può essere analizzata secondo diverse prospettive.

La prima è, ovviamente, quella del lavoro che, in quanto opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacita di collaborare all’opera creativa di Dio, non può che essere un diritto per tutti. Come si sa però, in un contesto di mercato, questo non sempre è possibile. A tal fine servono imprese competitive, capaci di innovare e di rinnovarsi, lavoratori competenti e dediti allo svolgimento delle proprie mansioni e, infine, imprenditori e manager in grado di fare il Bene della propria azienda, coniugando al meglio tutti gli interessi in gioco.  

Come per vicende analoghe a quella del Mercatone Uno, il fallimento di un’impresa e le sue conseguenze pratiche (disoccupazione, fallimento di altre imprese, depressione economica, ecc…) rappresentano una perdita per tutti, una spirale degenerativa e disumanizzante dalla quale non è possibile tirarsi fuori senza solidarietà e istituzioni.

La seconda è, appunto, quella della solidarietà. La dottrina sociale della Chiesa ci insegna infatti che, tra Stato e mercato c’è una dimensione fondamentale nell’ambito della quale lo scambio sociale avviene secondo la logica del dono. Più solidarietà un popolo è in grado di esprimere e di porre in cima ai valori di fondo del proprio stare insieme, più il mercato da un lato e le istituzioni dall’altro saranno in grado di funzionare correttamente, creando le condizioni per realizzare il bene comune. Laddove c’è sofferenza, tristezza e paura del futuro, solo la capacità di essere solidali l’un l’altro, di esprimere a chi ci è più prossimo una vicinanza autentica animata da quello spirito di carità che viene da Dio, possono alleviare le preoccupazioni di coloro che perdono il proprio lavoro tramutandole in speranza. 

La terza, infine, è quella fondamentale delle istituzioni. Ad esse spetta il compito di intervenire rendendo la società in cui viviamo più umana, capace di rispettare i diritti fondamentali della persona e di creare le condizioni per un autentico sviluppo, che deve certamente avere una matrice economica, ma che richiede lo sviluppo integrale della persona. Dallo Stato non ci si aspetta che esso si sostituisca all’impresa e alle dinamiche del mercato, bensì che esso sia in grado di prevenirne i fallimenti ponendo in essere azioni efficaci sia sul fronte delle regole che su quello delle politiche a sostegno delle persone in difficoltà, aiutandole a rialzarsi e a seguire la propria vocazione lavorativa.

Quando queste tre sfere (mercato – solidarietà – istituzioni) smettono di dialogare e di supportarsi reciprocamente, con la conseguenza di far perdere di vista, a coloro che vi operano, quello spirito di servizio che – come ci insegna Francesco – è il cuore della santificazione in mezzo al mondo, il sistema si inceppa provocando conseguenze gravi sul fronte della coesione sociale.

E allora, vicende come quella del Mercatone Uno, devono da un lato spronarci a ricercare strumenti e soluzioni diverse per risolvere le crisi aziendali, nella consapevolezza che non è possibile far gravare sulla fiscalità generale il costo di aziende divenute ormai non competitive o non sostenibili finanziariamente. E, dall’altro, ad aiutarci a riflettere sulla necessità di riscoprire le ragioni del nostro stare insieme, di condividere le nostre risorse materiali e umane cooperando per raggiungere, tutti insieme, ciascuno con il proprio lavoro, obietti di crescita economica e sociale. Solo così potremo sperare in una società più inclusiva e solidale.

Le infrastrutture del lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale

Negli ultimi dodici mesi sono state spese molte parole sul lavoro. Sia su quello non c’è, e che per questo richiede un sistema di welfare adeguato ai bisogni di coloro che non riescono a trovare un impiego o che sono usciti dalle dinamiche del mercato del lavoro; sia su quello che c’è, ma che si scontra con le problematiche di un’economia globale e con l’incalzare dell’evoluzione tecnologica, che genera opportunità ma anche minacce.

I problemi del mondo del lavoro sono certamente tanti e possono essere messi a fuoco partendo da diversi punti di vista. La prospettiva suggerita da Papa Francesco e rilanciata dai Vescovi italiani nel messaggio per la festa del 1° maggio, è quella del lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale che vede nel lavoro un’opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare con l’opera creativa di Dio. Questo orizzonte esprime, a sua volta, una cultura del lavoro che affonda le sue radici nella visione antropologica espressa dalla dottrina sociale della Chiesa e che vede l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio e continuatore, attraverso il proprio lavoro, della creazione. 

L’altissimo valore del lavoro umano che ritroviamo nel pensiero sociale cristiano, capace di proiettarlo sul piano soprannaturale e relazionale della santificazione del lavoro, di se stessi e degli altri attraverso il lavoro, si contrappone alla superficialità con cui solitamente si dibatte dei problemi del mondo del lavoro, dei lavoratori e di coloro che non riescono più a stare al passo con le nuove sfide della globalizzazione e della tecnologica. Essa rappresenta una ferita profonda che sta lacerando la società italiana, condannandola ad una stagione di sfiducia e di conflitto sociale che il Paese non solo non merita, ma che potrebbe evitare se solo recuperasse una cultura del lavoro realmente al servizio dell’uomo, esprimendo una visione coerente in grado di guardare al cuore dei problemi piuttosto che alla protezione di qualche rendita di posizione, coinvolgendo settore pubblico, imprese e terzo settore in un grande piano di sblocco della società che veda protagonista il ceto medio.

Gli strumenti sin qui messi in campo dagli ultimi esecutivi – dal reddito di inclusione al reddito di cittadinanza, passando per quota cento e per i famosi 80 euro – non sono di per sé sbagliati (ed in alcuni casi hanno innegabilmente alleviato le difficoltà di molte famiglie) ma certo si sono mostrati deboli sul fronte della crescita. Essi scontano obiettivi sbagliati, ispirati da un malsano spirito di autoconservazione della classe dirigente che si alimenta di strabismo politico, di un’elevata conflittualità e invidia sociale e della ricerca del consenso attraverso ricette facili e strumentalizzazioni. In un contesto sociale così frammentato, caratterizzato dalla presenza di interessi configgenti, ciò determina una palude che alimenta paura, conflitto e sfiducia, dalla quale non sembra esserci via d’uscita se non per pochi.

L’ascensore sociale è fermo e con esso l’intera società italiana, sempre più sfiduciata e chiusa in se stessa. Il futuro del lavoro si gioca invece, come ci ricordano i Vescovi italiani, sulla capacità “di superare la carestia di speranza, puntando su fiducia, accoglienza ed innovazione, […] comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una “torta” più grande”.  

Le principali infrastrutture per uscire dalla palude di una società immobile, favorendo nello stesso tempo un rinascimento di quelle virtù borghesi senza le quali né il mercato, né lo Stato possono adeguatamente funzionare, sono le imprese, il terzo settore e le famiglie.

Le imprese, oltre che capaci di competere sui mercati, attirando capitali e investimenti, promuovendo innovazione e ricerca, devono tornare ad essere comunità, luogo di incontro, conflitto e sintesi di interessi diversi, capaci di convergere verso un obiettivo comune, generando coesione e inclusione. Il terzo settore ha, invece, il duplice compito di essere la scuola di umanità e di servizio alla persona del Paese, il pilastro – come l’ha definito Papa Francesco – del saper donare, del voler costruire e dell’educare; e, dall’altro, una fondamentale infrastruttura della solidarietà, capace di essere il terreno sul quale lo sviluppo economico e sociale possa realmente essere per l’uomo. Le famiglie, infine, rappresentano l’insostituibile e fondamentale cellula della società: prima scuola di umanità, di amore e di gratuità. Ad esse occorre guardare sia come attore essenziale del welfare, in un contesto sempre più complesso, caratterizzato da distanze sempre maggiori, difficoltà economiche e legami sempre più incerti e instabili; sia come alleato per un grande piano di investimento sul capitale umano del Paese che punti sul riallineamento competitivo delle competenze dei nostri giovani, sulla formazione terziaria professionalizzante e sul rilancio di una cultura umanistica capace di sviluppare senso critico e capacità di adattamento alle sfide dell’economia globale e tecnologica.

Allo Stato spetta invece il compito di liberare le energie del Paese per farle correre lungo queste tre infrastrutture del lavoro: (i) tagliando gli incentivi alle imprese e i sussidi, concentrando tutte le risorse disponibili verso un grande piano di drastica riduzione delle tasse sul lavoro, capace di innescare uno shock positivo per l’economia; (ii) liberando Fondazioni ITS e Università dai vincoli giuridici, economici e didattici che impediscono l’affermazione nel nostro Paese di vere e proprie Accademie Politecniche per l’Impresa, dedicate alla formazione professionale e umana dei tecnici dell’industria 4.0, attraverso la creazione di un hub di accelerazione segmento della formazione terziaria professionalizzante realmente al servizio delle imprese e delle famiglie; (iii) creando le condizioni giuridico-istituzionali per permettere collaborazione e gioco di squadra tra imprese, famiglie e terzo settore, liberando spazi oggi occupati dalla politica a favore della libera iniziativa economica e della solidarietà.

È un salto di qualità quello che serve al Paese per il futuro del lavoro. Una rinnovata cultura del lavoro, dell’impresa e della democrazia animata dai valori di fondo della nostra società e da quella sapienza cristiana e civile che è viva in molte anime del mondo imprenditoriale e del terzo settore, rappresentandone un fondamento solido, generativo, capace di ripristinare quegli anticorpi sociali che sembrano essere sin qui venuti meno nel mercato come nella politica.  n

La profondità che manca al lavoro che cambia

È ormai un dato acquisito: globalizzazione, innovazione tecnologica ed evoluzione demografica rappresentano i principali fattori di trasformazione del mondo occidentale. Oltre ad impattare in modo rilevante sull’impresa, sul lavoro umano e sulle nostre abitudini di consumo, tali fenomeni stanno cambiando rapidamente le nostre relazioni sociali e i processi socio-economici, caratterizzandosi sempre più per complessità, incertezza e rischio.

Lo sa bene chi cerca un lavoro e non lo trova, le coppie che ritardano (e talvolta rinunciano a) l’esperienza della genitorialità per ragioni economiche o lavorative, i giovani che non hanno accesso ad un’adeguata formazione superiore in linea con le nuove esigenze del tessuto produttivo o i lavoratori che perdono il proprio posto di lavoro senza reali possibilità di trovarne un altro. Cambiano rapidamente le competenze richieste dalle imprese, si ricorre a forme contrattuali e ad un’organizzazione del lavoro che richiede più flessibilità e spirito di adattamento, mettendo in discussione i paradigmi tradizionali su cui si è retto il mondo del lavoro nel secolo scorso. Se quel mondo del lavoro aveva dato luogo ad una certa realtà sociale, il lavoro che cambia ne sta disegnando un’altra che presenta luci e ombre.

Eppure, nonostante gli sconvolgimenti che interessano il mondo del lavoro e la società che cambia, siamo indotti a considerare i mega trend del nostro tempo come verità autoevidenti, correndo il rischio di darli per scontati, di rinunciare ad interrogarsi su ciò che essi possono implicare per l’uomo e, così facendo, di lasciarsi sopraffare dalle loro conseguenze dirette o indirette.

Generalmente, nei loro confronti si registrano due approcci ugualmente sbagliati. Quello entusiastico a prescindere da ogni ulteriore considerazione e, come a fare da contraltare a quest’ultimo, quello pessimistico. Entrambi scontano il vizio di fondo di una superficialità che rende imprigiona la nostra capacità di pensiero, di analisi, di riflessione e di confronto con gli altri e, con essa, la nostra naturale abilità a distinguere ciò che è buono e ciò che è male, quelli che sono i fini da quelli che rappresentano i mezzi per raggiungerli. Contribuendo ad alimentare quel senso di complessità, incertezza e rischio di cui, specialmente i lavoratori più giovani e quelli meno garantiti, si trovano a fare quotidiana esperienza. 

La tecnologia, si pensi alla digitalizzazione, alla robotica e all’intelligenza artificiale, e le sue applicazioni per un lavoro sempre più produttivo, ci pone senz’altro di fronte ad opportunità inedite per l’uomo del nostro tempo. La sua spinta ad andare oltre se stesso, al di là dei propri limiti non è di per sé negativa. V’è, anzi, molto di positivo nel perseguimento della sua naturale attitudine al progresso.

Bisogna però essere consapevoli che esso non è mai unidirezionale. Perché possa tradursi in un effettivo sviluppo umano integrale, il progresso deve infatti saper fare i conti con la finitezza, la limitatezza, la relazionalità e l’esigenza di cura che contraddistinguono l’esperienza umana e che, rendendo l’uomo capace di amare, rappresentano la controspinta necessaria affinché il progresso, la scienza e la tecnologia possano rivelarsi per (e non contro) l’uomo.

Questa superficialità diffusa e pervasiva, certamente favorita da uno stile comunicativo sempre più essenziale e rapido, rappresenta una delle incognite che più pesano sulla direzione di marcia che questi mega-trend stanno imprimendo alla nostra società. Essa, peraltro, sembra essere il riflesso incondizionato di quella radice umana dei problemi del nostro tempo evidenziata da Francesco nella Laudato Si laddove, con la “profondità per semplicità” che contraddistingue lo stile comunicativo di Francesco, il Pontefice ci ha indicato la via di uno sviluppo umano fondato sulla concezione cristiana della persona e sulla sua consapevolezza della crescente interdipendenza tra tutti gli abitanti della terra e tra l’uomo, la natura e la tecnologia. 

Rispetto ai problemi del lavoro che cambia e alle legittime preoccupazioni in termini di nuove forme di esclusione, di disuguaglianza, di egoismo e di individualismo che caratterizzano il nostro tempo – raccogliendo l’invito del Papa – c’è forse, innanzitutto, da individuare un nuovo metodo di analisi che, cogliendo la complessità della realtà, sia però capace di metterla in rapporto e in dialogo con la profondità della visione antropologica cristiana, al fine di riportare sulla superfice del dibattito contemporaneo un pensiero più consapevole, arricchito dalla saggezza delle radici della nostra cultura occidentale, fatto non necessariamente di risposte ma, soprattutto, di interrogativi.

Il Terzo Settore per la Democrazia

Avvenire, 30 maggio 2019

Caro direttore,

mi permetto di scriverle in merito all’articolo “Il Papa e la “grandiosa” ital-solidarietà. Ciò che ci fa davvero grandi”, firmato da Francesco Ognibene e pubblicato su Avvenire lo scorso 5 marzo.

L’analisi proposta potrebbe, d’acchito, apparire (solo) un elogio di quella straordinaria ricchezza italiana che è il terzo settore. Sarebbe questa una lettura certamente corretta, ma troppo semplicistica.

Papa Francesco ci sta insegnando la grande lezione della “profondità per semplicità”. Una metodologia di analisi delle realtà umane che, partendo da ciò che è sotto gli occhi di tutti, così come ci appare, senza sovrastrutture o secondi fini, è però in grado di condurci nelle profondità dell’annuncio cristiano, cogliendone la sua attualità.

Facendo ricorso a questo metodo, attraverso la constatazione della grandezza del volontariato e di quelle straordinarie esperienze che sono la cooperazione e il variegato mondo dell’educazione (sicuramente gli oratori, ma aggiungerei anche il mondo della scuola libera), l’articolo suggerisce una riflessione profonda sul nostro modo di essere e di stare insieme.

“C’è qualcosa – rileva Ognibene – del modo in cui siamo fatti come italiani che è l’esatto contrario di altri, tristi ed egoistici stereotipi fin troppo ripetuti e persino acclamati. C’è qualcosa in noi che non si lascia illudere né piegare: è il volto della persona umana che si desidera incessantemente valorizzare e servire”.

Quello del terzo settore è un segno di speranza per il Paese: è autentico, verificabile, apprezzabile da chiunque. La grandezza di quelle tre realtà elogiate da Papa Francesco – che presuppongono il saper donare, il voler costruire e l’educare – sta nel loro essere generatori di fiducia, di relazioni umane e di visione condivisa. Non è qualcosa di poco conto se si consideri che, stando ai principali indicatori economici del Paese, l’unica cosa che cresce senza sosta è il livello di sfiducia che serpeggia tra le famiglie e le imprese, riflettendosi sui consumi e sugli investimenti.

C’è allora molto da imparare da queste realtà. E, forse, anche molto da chiedere loro in termini di impegno e contributo al fine di irradiare e riattivare nel Paese quelle capacità di donare, costruire ed educare che sono il fondamento della loro straordinarietà. Tali abilità costituiscono, infatti, insieme alle virtù umane, il terreno sul quale lo sviluppo economico e sociale può essere realmente per l’uomo e non a prescindere o, peggio, contro di esso.

C’è un metodo di interazione umana, uno stile relazionale e un modo di essere classe dirigente che si fonda sulla capacità di servire l’umanità, amando il mondo – con tutti i suoi difetti e limiti – appassionatamente. Una capacità quest’ultima che rende grande il nostro terzo settore e che, se messa generosamente a disposizione del Paese, può innescare quel circolo virtuoso della fiducia senza la quale non c’è ricetta economica che possa farci realmente riscoprire la bellezza del poter “corrispondere”, contribuendo tutti, ciascuno a modo suo, al bene comune. 

Su tutti i mega-trend che stanno trasformando il contesto socio-economico in cui viviamo – dai cambiamenti demografici alla digitalizzazione, passando per la globalizzazione – l’opinione pubblica appare frammentata, perlopiù incapace di trovare le risposte alla complessità, incertezza e rischio che da essi derivano. Sentiamo forte la mancanza di leadership capaci di mettere in discussione i paradigmi tradizionali, di essere responsabili, sostenibili e inclusive, di stimolare l’innovazione e la creazione del valore favorendo la cooperazione tra le persone.

Ciò su cui credo si debba lavorare – mettendo a disposizione quella sapienza cristiana e civile che anima il mondo cattolico e che condividono molte realtà del terzo settore – è un nuovo metodo di confronto democratico, realmente inclusivo e partecipativo, capace di rilanciare i nostri valori di fondo e, facendo leva su di essi, di proporre una visione del Paese alla cui realizzazione possano sentirsi interpellati tutti: italiani e immigrati, giovani e anziani, istituzioni e imprese, famiglie e individui. Senza rendite di posizione, promuovendo i processi di scambio e il progresso delle idee, senza le quali – come diceva Cattaneo – resta chiuso il circolo delle ricchezze. ace di rilancia

Il limite evidente dell’azione di governo. Il coraggio di guardare in faccia la realtà

(con Flavio Felice)

 (Avvenire, 28 febbraio 2019)

A guardare i principali indicatori economici del Paese e ascoltare le voci ‘dal basso’ (compresi i più recenti passaggi elettorali) non ci sarebbe alcun motivo per essere soddisfatti dell’operato del governo giallo-verde. La situazione negli ultimi mesi è decisamente peggiorata: le stime di crescita del Pil sono scese allo 0,6%, con la prospettiva di un ulteriore ribasso, i piani di investimento delle imprese sensibilmente ridimensionati e, come se non bastasse, si registra un complessivo deterioramento macroeconomico a livello globale. Le uniche cose che crescono sono la vulnerabilità del Paese sui mercati finanziari e la sfiducia che serpeggia tra le famiglia e le imprese, che si riflette sui consumi e sugli investimenti.

Che la ‘manovra del popolo’ non avesse affatto gli attributi con cui veniva presentata dai suoi sostenitori l’avevamo previsto anche noi in tempi non sospetti (‘Avvenire’, 2 ottobre 2018). Complici le difficoltà congiunturali, che accentuano le debolezze strutturali del nostro sistema economico, oggi appare evidente che l’illusione fiscale ha forse permesso di consolidare il consenso della maggioranza, ma non ha certo creato i presupporti per uno sbandierato e roboante new deal, né per un’anche minima scossa.

Dietro quella facile previsione non c’erano però solo considerazioni di tipo meramente economico, ma la più profonda denuncia di un metodo, di un modo di pensare l’azione politica, nonché la denuncia del rapporto demagogico con il corpo elettorale e dell’ostilità nei confronti delle autorità indipendenti. Tutto ciò, sebbene possa produrre consenso nel breve periodo, sempre nel breve periodo ha dimostrato di non esprimere ‘buon governo’. Oltre a far perdere quote di ricchezza materiale, tale metodo dissipa capitale sociale, necessario alla composizione degli interessi in conflitto, sostituisce i valori della cooperazione e della concorrenza leale con quelli della paura e della quotidiana ricerca di un ‘capro espiatorio’, al quale addossare le responsabilità dalle prevedibili conseguenze perverse della propria cattiva azione di governo, in una disputa elettorale permanente.

Si tratta di un metodo che condanna il Paese alle sabbie mobili del particolarismo, degli infiniti e paralizzanti distinguo, in nome di promesse elettorali impossibili da mantenere. Un metodo che ci condanna a vivere nel recinto angusto della paura e dell’isolamento internazionale, nella vana e retorica attesa di un futuro sovranista che, oltre a essere un inutile anacronismo, rinvia a momenti e a idee tutt’altro che edificanti per il genere umano e per la storia del nostro Paese in modo particolare.

Le recenti stime registrate dalla Banca d’Italia, così come quelle dell’Istat, colpiscono per il progressivo deterioramento dell’intero sistema Paese. Appare evidente come tali stime incidano sulla prospettiva di crescita e, dunque, sulla prospettiva di benessere delle nostre famiglie. Il clima di sfiducia generalizzata viene certamente da lontano, così come le ragioni strutturali della debolezza del nostro sistema, ma averle ignorate, in nome di una retorica propagandistica, è tutta responsabilità dell’attuale governo.

A questo punto, sembra proprio che tale metodo populistico, condito da un leaderismo esasperato, non sappia offrire una rotta e una guida adeguate ai nostri tempi, capaci di mettere in discussione i paradigmi tradizionali, di guardare alle conseguenze, di stimolare l’innovazione e la creazione del valore e di promuovere la nascita di istituzioni inclusive.

Non si tratta dunque di sperare nell’arrivo di un tecnico, dell’ennesimo ‘Pifferaio magico’ che si candida a condurre il ‘popolo italico’ verso un futuro di grandezza che non ci sarà e non è detto che sia un bene che ci sia. Soprattutto se tale grandezza fosse perseguita contro qualcuno, che siano altri Paesi europei, i migranti o qualsiasi quotidiano spauracchio. Ciò su cui crediamo si debba lavorare è invece un metodo alternativo al populistico, quello popolare, fatto di discussione critica, di rispetto per l’architettura istituzionale del ‘governo della legge’, di competenza acquisita e di perenne contendibilità delle cariche, affinché nessun potere possa pretendere di operare senza limiti. Una visione del Paese alla cui realizzazione possano sentirsi interpellati tutti: italiani e immigrati, giovani e anziani, istituzioni e imprese, famiglie e individui, senza alcuna pretesa rendita di posizione, promuovendo i processi competitivi e l’avanzamento delle conoscenze, senza le quali non si producono ricchezze, tanto materiali quanto immateriali.