Fisco, ricchezza, cittadino. L’alternativa collaborativa a una tassa patrimoniale

Avvenire, 31 gennaio 2021

Con un articolo denso e ricco di spunti interessanti del 2 dicembre 2020: «L’indebitamento di Anchise e la ricchezza di Enea», l’amico e collega Matteo Rizzolli, su queste colonne, argomenta la necessità di un «patto intergenerazionale» per affrontare la straordinarietà del tempo che viviamo a causa dell’impatto che la pandemia avrà sulle generazioni future. La proposta consiste in una «tassa una tantum che incida sui patrimoni con una misura di progressività collegata all’età». Occupandoci di scienze sociali, non discutiamo le intenzioni delle proposte e ammettiamo che siano tutte, compresa quella appena citata, mosse dalle migliori e orientate al bene comune. Tuttavia, proprio perché interessati come Rizzolli a soluzioni che possano implementare un ideale alto di azione politica, riteniamo che il ricorso alla leva fiscale in termini impositivi non sia una soluzione adeguata. 

Per tale ragione, proponiamo la stipula di un ‘patto fiscale’ tra cittadino e autorità politica, qualitativamente alternativo a quello avanzato dal collega. Partendo dal presupposto che il compito del mercato è di rendere possibile la crescita economica, ancorati alla tradizione dell’economia sociale di mercato, coltiviamo del fisco una visione funzionale, come il sistema dei prezzi dei servizi che il pubblico offre agli individui, alle famiglie e alle imprese. 

A questa prospettiva si oppone l’impostazione secondo la quale le imposte andrebbero pagate al ‘sovrano’ in ragione della condizione dei sudditi. Pensare che, per far fronte alle inevitabili esigenze finanziarie, si possa ipotizzare una nuova imposta patrimoniale significa rassegnarsi a uno schema nel quale il cittadino è sostanzialmente suddito. 

Se il problema è immettere nuova liquidità nel sistema economico, piuttosto che considerare il risparmio privato come il bancomat della politica, tale patto dovrebbe concentrarsi sull’idea di usare il sistema finanziario per canalizzare i risparmi su investimenti privati o su operazioni pubblico-privato relative a infrastrutture e iniziative di interesse pubblico o rispondenti a finalità di interesse generale. 

Questo approccio risulta coerente con il modello dell’economia sociale di mercato, rinviando a uno sforzo cooperativo incentrato sulla capacità di allineare gli interessi in gioco e di convogliare, su base volontaria e non coattiva, i risparmi privati sugli investimenti, coinvolgendo i cittadini in un grande progetto di trasformazione del Paese che veda il settore pubblico, a seconda dei casi, nel ruolo di facilitatore degli investimenti privati, di coinvestitore e di regolatore. 

Ci sono strumenti normativi ed esempi positivi nel Paese, amministrazioni che hanno sperimentato con successo l’alleanza tra pubblico e privato e territori capaci di fare sistema stimolando gli investimenti e contribuendo al miglioramento del sistema politico locale. Si pensi al ruolo che prodotti di risparmio gestito come i Piani individuali di risparmio (Pir), i Fondi specializzati in investimenti alternativi, gli European Long Term Investments Funds (Eltif), i Mini-Bond possono svolgere al fine di canalizzare il risparmio privato verso l’economia reale. 

Anche il risparmio previdenziale rappresenta un’opportunità per il Paese. Si pensi agli esempi di casse che hanno destinato parte dei loro investimenti a iniziative concrete in ambito sanitario e universitario. Si pensi, ancora, al ruolo che le finanziarie regionali possono svolgere quali pivot del sistema locale al fine di stimolare la progettualità dei territori convogliando risorse pubbliche, capitali privati e competenze manageriali. Infine, merita di essere citato l’esempio del Friuli Venezia Giulia che ha saputo fare tesoro del Frie, uno strumento agevolativo nato nel 1955, mettendolo a disposizione dell’iniziativa del settore privato. 

Cosa accomuna tutti questi esempi? Il fatto che la politica e la finanza pubblica giocano un ruolo sussidiario, facendo un passo indietro e lasciando alla società civile il ruolo di attore protagonista. 

In una logica di promozione dell’interesse generale, quella della patrimoniale non è una strada obbligata. La nostra proposta disegna un quadro di incentivi di natura giuridica e di stimoli fiscali capaci di convogliare il risparmio privato su iniziative ad alto valore aggiunto. Tale strada risulta efficiente e preferibile rispetto al binomio nuove imposte- intervento pubblico, poiché si regge su scambi volontari capaci di creare vantaggi per tutti gli attori coinvolti e di esaltare il ruolo sovrano del cittadino.

Flavio Felice, Università del Molise

Fabio G. Angelini, Università UniNettuno

Il piano Next Generation EU e i problemi della nuova stagione di interventismo pubblico

Il corretto utilizzo delle risorse del #RecoveryFund non è questione definibile in astratto. Dipende invece dal grado di efficienza dei processi decisionali che a monte e a valle determineranno le relative scelte impiego risorse. È su questo terreno che si gioca la vera sovranità popolare

Lo afferma Fabio G. Angelini commentando l’articolo ‘L’impiego delle risorse del Recovery Fund tra conformità all’ordine giuridico-economico europeo e funzioni discorsivo-razionale del diritto pubblico’ pubblicato sul n. 2/2020 della rivista PA Persona e Amministrazione diretta da Luca R. Perfetti.

L’articolo intende porre in luce alcuni dei problemi posti dalla stagione di intervento pubblico che si profila all’orizzonte e che sembrano restare ancora pericolosamente sotto traccia. L’obiettivo è allargare lo sguardo esponendo alcune delle ragioni che spingono a ritenere auspicabile tornare a domandarsi, con riferimento alla stagione che si sta aprendo, quale sia il posto del diritto pubblico e dell’amministrazione e, dunque, quali ruoli siano chiamati a svolgere nel più ampio quadro della governance eurounitaria. Sebbene all’apparenza quella indicata possa sembrare una mera questione teorica, di scarso interesse pratico, la risposta a tali interrogativi riveste in realtà un’importanza centrale per delineare presupposti e limiti dell’auspicato intervento pubblico nell’economia e, dunque, per garantire il migliore utilizzo possibile delle risorse del Recovery Fund in relazione agli interessi in gioco.

Non risposte o giudizi definitivi rispetto al dibattito in corso ma una rilettura delle dinamiche che interessano la sfera pubblica e la finanza pubblica secondo il paradigma discorsivo-razionale.

The European recovery fund between political governance and popular sovereignty

Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2020

Government intervention in the economy due to the emergency we are experiencing is now the fulcrum of European economic policy. We believe that the easing of those constraints that have long been described as an undue compression of popular sovereignty should not be read as a backtracking from the current European constitutional framework. On the contrary, it is part of its natural development. The explicit reference to the Social Market Economy model contained in the TEU (Treaty of the European Union) in fact refers to the concept of government intervention in compliance with the market order. This is such when it does not interfere with the price mechanism, creating perturbations (giving rise to the phenomena of free riding or feeding the fiscal illusion), and is aimed at re-establishing the conditions for the correct functioning of the competitive order.

On the basis of this premise, it is therefore legitimate to hope that the discretion that governments will enjoy with respect to the choices of use of the resources of the European Recovery Fund will not result in the arbitration of the political class and the instrumental use of the same for the purpose of acquiring consent. These choices will instead have to deal with the reality of a complex order which, precisely in compliance with the cardinal principle of liberalism: prevents the discretion of the “Prince,” represents popular sovereignty, and places significant constraints on political discretion by limiting it to the boundaries of fundamental rights and economic rationality.

Public choices always generate consequences on the allocative level. In this perspective, placing juridical-institutional constraints on politics and reducing the margins of arbitration of the political authority means implementing inclusive democratic processes and offering greater opportunities precisely to those who live on the margins of socio-economic dynamics, thus including them in the related processes. It is up to the rules that govern decision-making processes to create the conditions so that the allocative choices of the public sphere can be both efficient and fair at the same time, ensuring that the interaction between the different social actors can result in an increase in overall well-being.

The existing rules in Italy have not always proved to be up to this task. They have oriented the behavior of individual players in the public sphere towards the adoption of cooperative “strategies,” capable of generating benefits for all. In view of the challenges facing the country, it is right to ask which interventions can be included or not in the European Recovery Plan. It is equally important to ask whether our legal-political order is able to make allocative choices consistent with the EU constitutional framework and therefore, with the legal-economic order of competition and financial stability.

The debate on the governance of the EU Recovery Fund is polarized between those who favor technocratic solutions and those who favor a classic paternalistic approach. This indeed testifies to the absence of full awareness of the consequences that “extractive institutional contexts” in denying the reasons for an open society and generate in terms of degrowth and underdevelopment. In this way, the Italian system risks missing yet another opportunity to restructure our economic system in the name of environmental sustainability and technological innovation and create the conditions so that, once the emergency has passed, our private economic systems’ degree of dependence from the public sector can be reduced.

The stakes are fundamental rights and freedoms and the sovereignty and dignity of citizens. After the storm, we risk finding ourselves with an even more assisted economic system, with a greater stock of debt, and less ability to resort to automatic stabilizers. With a halted society, we will be unable to be an active and effective part of those inclusive processes on which govern liberal democracies. Ultimately, liberal democracy itself is a condition for the efficiency of public decision-making processes, like a dog chasing its tail.

Fabio G. Angelini, Università Uninettuno di Roma

Flavio Felice, Università degli Studi del Molise

È on-line il primo numero di Power and Democracy – Rivista Internazionale di Politica, Filosofia e Diritto

È on-line il n. 1/2020 di Power and Democracy – Rivista internazionale di Politica, Filosofia e Diritto.

In questo primo numero ospitiamo i contributi di Dario Antiseri, Lorenzo Ornaghi, Enzo di Nuoscio, Flavia Monceri, Lorenzo Scillitani e Giusy Conza.

http://www.poweranddemocracy.it

Il Recovery Fund tra governance (politica) e sovranità (popolare)

L’intervento pubblico nell’economia è tornato decisamente di moda. Complice il contesto emergenziale che stiamo vivendo, esso rappresenta ormai il centro della politica economica europea, chiamando in causa non solo la Banca Centrale Europea ma anche la Commissione e gli stessi Paesi membri.

L’allentamento (temporaneo) di quei vincoli che (a torto o a ragione) sono stati a lungo descritti come un’indebita compressione della sovranità popolare non deve però leggersi come una marcia indietro rispetto al vigente assetto costituzionale europeo. Esso rappresenta, al contrario, il suo naturale sviluppo alla luce dell’attuale contesto socio-economico. L’esplicito riferimento all’economia sociale di mercato contenuto del TUE rinvia infatti al concetto di intervento pubblico conforme all’ordine del mercato che è tale quando non interferisce con le dinamiche del mercato creando perturbazioni (dando luogo a fenomeni di free riding o alimentando la fiscal illusion) ed è teso a (ri)stabilire le condizioni per il corretto funzionamento dell’ordine concorrenziale del mercato.

La discrezionalità dei governi nelle scelte di impiego delle risorse del Recovery Fund deve perciò ritenersi tutt’altro che rimessa al libero arbitrio della politica e soggette alle logiche del consenso. Esse dovranno fare i conti con la realtà di un ordinamento complesso che, proprio per risultare federe al principio della sovranità popolare, pone significativi limiti alla discrezionalità politica, limitandone i margini di scelta entro i confini dei diritti fondamentali e (con riferimento alla relazione che lega questi ultimi alle scelte di finanza pubblica) della razionalità economica. Ciò in quanto le scelte pubbliche generano sempre conseguenze sul piano allocativo che si riflettono sul benessere e sulle prospettive di crescita di un Paese.

Spetta alle regole che governano i processi decisionali pubblici creare le condizioni affinché tale allocazione possa risultare nello stesso tempo efficiente ed equa. Non sempre le regole vigenti nel nostro Paese hanno dato buona prova di sé, orientando i comportamenti dei singoli attori della sfera pubblici (elettori, politici, burocrati, lobbisti e così via) verso l’adozione di “strategie” cooperative in grado di generare vantaggi per tutti. È giusto interrogarci su quali interventi possano rientrare o meno nel Recovery Plan, ma lo è altrettanto chiedersi se il nostro ordine giuridico-politico sia in grado operare scelte allocative coerenti con l’assetto costituzionale europeo e, dunque, con l’ordine giuridico-economico della concorrenza e della stabilità finanziaria.

Il dibattito sulla governance del Recovery Fund, polarizzato tra chi propende per soluzioni tecnocratiche e chi per il classico dirigismo centralistico, testimonia l’assenza di una piena consapevolezza sulle conseguenze che contesti istituzionali estrattivi generano in termini di decrescita e sottosviluppo. In questo modo rischiamo di sprecare l’ennesima occasione per ristrutturare – nel segno della sostenibilità ambientale e dell’innovazione tecnologica – il nostro sistema economico creando le condizioni affinché, superata la stagione dell’emergenza, possa ridursi il suo grado di dipendenza dal settore pubblico (e dalla spesa pubblica).

La posta in gioco sono i diritti e le libertà fondamentali e la sovranità stessa dei cittadini nei confronti del potere politico (e di quello economico). Il rischio è infatti di ritrovarsi con un sistema economico maggiormente dipendente dal settore pubblico, con un maggiore stock di debito, minore capacità di ricorrere agli stabilizzatori automatici, e (peggio) con una società bloccata, incapace di essere parte attiva ed effettiva di quei processi argomentativi su cui si regge la democrazia costituzionale e che è condizione essa stessa di efficienza dei processi decisionali pubblici.

L’intervento pubblico può creare sviluppo solo se inclusivo e, dunque, ispirato a logiche di solidarietà e sussidiarietà. In questa prospettiva, le regole dei processi decisionali pubblici dovrebbero perciò promuovere un dialogo razionale tra i diversi attori coinvolti e orientare l’azione amministrativa verso la piena attuazione dell’ordine della società. 

Pandemia e nuovi scenari – Intervista su Le Fonti TV

Lo scorso venerdì 2 ottobre 2020 ho ricevuto il premio Avvocato dell’Anno Project Finance Energy (Motivazione: “Il professionista ha una notevole esperienza in operazioni complesse, con una predilezione per l’aerea #Energy & #Infrastructures. È tra i più preparati del settore, in grado di unire un’elevata competenza della materia, con una spiccata capacità di comprendere e anticipare le priorità del cliente“) e ho risposto alle domande di Manuela Donghi, Anchor di Le Fonti TV, parlando delle sfide che attendono il settore del diritto amministrativo e delle novità che segneranno l’ulteriore sviluppo della realtà professionale che ho fondato per effetto dell’integrazione con Lipani Caricalà & Partners – LC&P.

Perché vanno riviste le tariffe elettriche

🏛 #decarbonizzazioneIn un momento di profonda revisione delle regole e dell’architettura di mercato (TIDE) l’auspicio è che principi enunciati dal Consiglio di Stato sulla certezza delle regole nel settore dell’energia siano tenuti in debita considerazione.

🗞 Editoriale dell’Avv. Parola e mio su Milano Finanza di oggi.
AIGET – Associazione Italiana di Grossisti di Energia e Trader
#mercatoelettrico #energia #arera #marketdesign

Il populismo digitale e lo spazio dei diritti

L’idea che il populismo, alimentato da un mutato modo di concepire la politica al tempo delle nuove tecnologie e dei social network, implichi una maggiore democrazia è senz’altro uno degli equivoci più dannosi della nostra storia recente. Il fraintendimento sta sia nel considerare il popolo un’entità astratta, una massa indistinta di individui privi di soggettività e, dunque, di relazionalità; sia nel ritenere che sia concepibile, oltre che auspicabile, l’esistenza di un unico soggetto legittimato a rappresentare ciò che viene chiamato «popolo» escludendo, pertanto, ogni forma di legittima contendibilità del potere politico. 

Il concetto di democrazia non può essere banalmente ridotto al semplice fatto che le decisioni politiche sono prese dalle maggioranze e che, dunque, esse si fondano sul consenso popolare. Senza, peraltro, porsi – specie alla luce dell’influenza che le nuove tecnologie possono esercitare sulle modalità di formazione dell’opinione pubblica e, dunque, sul processo democratico – il problema delle modalità attraverso cui tale consenso viene acquisito, gestito e conservato. 

La democrazia rinvia senza dubbio a qualcosa di estremamente più complesso e delicato, che guarda ad una dimensione certamente formale, ma anche ad una sostanziale in assenza della quale non potrebbe certo parlarsi di autogoverno del popolo, almeno laddove si ritenga non si possa prescindere da determinati presupposti filosofico-teorici in ordine a tale forma di convivenza civile. 

Invero, non tutte le prese di posizione che si avvalgono di una legittimazione maggioritaria possono ritenersi «democratiche». L’espressione delle preferenze, alla base del consenso popolare, non può essere l’unico criterio della democrazia, tanto più in un’epoca, come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da una progressiva perdita di vivacità e dinamicità della società civile e dal (pericoloso) tentativo del potere politico, di quello economico e di quello comunicativo-tecnologico di appropriarsi dei suoi spazi, spezzando i legami sociali e strumentalizzandone paure e debolezze. 

Le tecnologie digitali e l’interconnessione globale a livello di reti informatiche hanno cambiato il mondo, e continueranno a farlo. La rivoluzione di internet, che è ormai definitivamente destinato a soppiantare tanto i giornali quanto la televisione, ha cambiato definitivamente il sistema della comunicazione e, con esso, il funzionamento stesso dei processi democratici fondati sul circuito politico-rappresentativo e, dunque, sulla logica del consenso e dello «scambio politico-elettorale». 

Sarebbe da incoscienti non rendersi conto che la relazione tra nuovi populismi e rivoluzione digitale non è affatto casuale e che i primi si alimentano della seconda così come quest’ultima sfrutta i primi per alimentare la propria – sin qui incontrastata – pretesa di potere sull’uomo. Se è vero che, come rileva Mauro Barberis, dall’ambiente e dalle relative credenze dipende anche il regime politico, non si può non evidenziare come la rivoluzione tecnologica stia contribuendo a modellare una classe politica che, nel bene e nel male, risulta essere sempre più a suo uso e consumo. 

Da queste preoccupazioni emerge un’esigenza di riconoscimento della legittimazione che passa attraverso il diritto o meglio, per usare l’espressione di Manuel Atienza, un diritto inteso come argomentazione. Essa prende le mosse dal rischio – tutt’altro che ipotetico – di decisioni che, pur legittimate dal consenso popolare, si rivelino in realtà lesive dei diritti delle minoranze. Un pericolo quest’ultimo che interessa molto da vicino la tutela dei diritti fondamentali e gli esiti del bilanciamento tra valori confliggenti da cui dipende la loro effettività e, in ultima analisi, la preservazione di quella che si è soliti definire la dimensione sostanziale della democrazia.    

Nulla esclude infatti che le decisioni delle maggioranze, per quanto valide dal punto di vista procedurale, rivelino in realtà l’assenza o la debolezza di comunità politica. Come recentemente evidenziato dal filosofo del diritto Fabio Ciaramelli, la politica costituisce la premessa e non la conseguenza della democrazia e, dunque, senza la costruzione di una comunità politica, capace di esprimere un’appartenenza comune, non ci può essere una vera democrazia.

Le proposte politiche populiste, basate sulla difesa di un «popolo» spesso vittima delle dinamiche estrattive degli assetti istituzionali, finisce per trasformarsi nell’esatto opposto di quella democrazia che vorrebbero contribuire a realizzare: in un antipluralismo tale per cui si finisce per negare legittimazione politica a coloro che non si identificano nella medesima idea di «popolo», e nel dominio di una parte (maggioranza) sull’altra (minoranza). 

Non è un caso che il populismo si sia perlopiù manifestato come una via di fuga rispetto ad un’idea della democrazia quale insieme di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure. Una delle costanti dei governi di impronta populista – forti del consenso popolare acquisito e della capacità di influenzare l’opinione pubblica – è rappresentata, infatti, dal tentativo di allentare i vincoli procedurali e sostanziali tipici della democrazia costituzionale. 

La democrazia, intesa quale metodo di formazione delle decisioni pubbliche, ruota però attorno all’idea di una verità sull’uomo. Tant’è che il populismo, come si è accennato, può radicarsi e prosperare avvelenando e distorcendo il processo democratico proprio nelle realtà in cui aleggia un malinteso concetto di «popolo» e, conseguentemente, di bene comune.

L’indebolimento dei presupposti filosofici che sono alla base dell’ideale democratico del governo del popolo finisce così, nello storytelling populista, per implicare l’accettazione di un’idea di sovranità popolare secondo cui la democrazia coincide con la regola della maggioranza e la volontà popolare con un potere governante abilitato ad agire senza freni. 

Una siffatta concezione della democrazia, come detto, oltre che pericolosa nel contesto comunicativo-tecnologico attuale, è inaccettabile poiché deve fare i conti con l’esistenza di diritti per loro natura indisponibili come lo sono i diritti fondamentali della persona, chiamati a svolgere, sulla base del paradigma garantista che contraddistingue il modello dello stato costituzionale di diritto, il ruolo di limite del potere governante attraverso la vigenza di un obbligo di effettività che costituisce una parte essenziale (sebbene spesso in ombra rispetto al suffragio elettorale) della sovranità popolare. È in questa relazione che si instaura tra principio maggioritario e garanzie dei diritti fondamentali, e che si caratterizza per l’esistenza di vincoli giuridici e funzioni di garanzia, che si esprime un’autentica democrazia, rispettosa cioè della verità.

A conclusione di questa riflessione occorre rilevare, però, come la garanzia dei diritti fondamentali richieda spesso la predisposizione di un ingente apparato pubblico chiamato a darvi effettività (nei settori della sanità, difesa, scuola, giustizia e così via) e, soprattutto, risorse per farvi fronte. Poiché la regola della maggioranza implica tipici costi diretti e indiretti, connessi alla necessaria ricerca del consenso, che si scaricano inevitabilmente sul bilancio pubblico, tale meccanismo può innescare un pericoloso cortocircuito per cui l’inefficienza dei processi decisionali pubblici, sottraendo risorse destinate alla tutela dei diritti della persona, finisce non solo per alimentare scontento e distacco nei confronti delle istituzioni, ma per neutralizzare quel necessario freno al potere governante costituito proprio dalla garanzia dei diritti fondamentali. Lasciando così spazio, sulla base di una falsa promessa di sovranità, a pericolose tentazioni populiste, come sta avvenendo in gran parte del mondo a partire dagli Stati Uniti e dall’Europa.     

Contrariamente alle proposte populiste di allentamento dei principi e dei vincoli costituzionali, in nome della democrazia digitale, della democrazia diretta e di un orizzonte delle decisioni politiche che si fa sempre più breve e privo di visione, un’autentica democrazia e una sovranità popolare correttamente intesa richiedono l’esistenza di garanzie – siano questi derivanti dal diritto interno o sovranazionale – in grado di assicurare l’effettività dei diritti fondamentali della persona sia direttamente, permettendo cioè la loro diretta esigibilità nei confronti dei pubblici poteri da parte dei cittadini, che indirettamente, riducendo cioè le inefficienze dei processi decisionali pubblici. 

In conclusione pare davvero non potersi ignorare il pericolo che, sul terreno specifico della democrazia, la rivoluzione digitale ed il populismo di ritorno da essa alimentato possa rivelarsi – per dirla come Mauro Barberis – «un’enorme regressione» capace di portarci verso un modello istituzionale basato sulla cronica conflittualità tra élite intellettuali schierate a difesa dello Stato costituzionale, élite economico-finanziarie schierate a difesa di un modello di stampo mercatista e biopolitico e, infine, il «popolo» dei populisti inclini a credere all’illusione di uno Stato di sicurezza sovranista.   

Fin qui, a dispetto degli enfatici proclami dei partiti populisti, ha prevalso l’alleanza tra quest’ultimo e i detentori del nuovo potere economico-tecnologico, a dispetto del paradigma garantista della democrazia sostanziale. Per il futuro si vedrà, ma certamente molto dipenderà dalla capacità di intellettuali e giuristi di contribuire a capire e a far capire l’entità della posta in gioco.  

Fabio G. Angelini 

Professore straordinario di Diritto amministrativo nell’Università Uninettuno e professore invitato presso la Pontificia Università della Santa Croce