Un patto pubblico-privato per tornare competitivi

(con Flavio Felice)

(Avvenire, 18 luglio 2012)

Il recente downgrade (taglio del rating dei titoli del nostro debito pubblico) operato da Moody’s e avvenuto nonostante gli sforzi sin qui compiuti dal nostro Paese è il sintomo di una patologia che è purtroppo ancora in grado di far male. Sebbene talvolta possano apparire incomprensibili, crediamo che tali segnali vadano presi molto sul serio. Il risanamento dei conti se non è accompagnato da una politica di sviluppo, adeguata alle sfide della competitività internazionale, può anche rivelarsi un boomerang. Bisogna dare atto al Governo Monti di aver saputo agire sul fronte della spesa. Il recente decreto sulla spending review, seppur privo di una visione organica, è un buon antidolorifico che, tuttavia, rischia di produrre effetti limitati e controproducenti se non accompagnato da almeno due ulteriori interventi.
1. L’introduzione – a fronte di una graduale riduzione dell’offerta diretta – di un nuovo sistema di finanziamento dei servizi pubblici, in grado di spostare le decisioni di spesa dalla pubblica amministrazione alle famiglie e ai singoli.

2. Una politica per la competitività in grado di porre le condizioni per la riconversione del nostro sistema imprenditoriale verso settori ad alta produttività, contribuendo anche alla ristrutturazione dell’offerta.
Il tutto, passando attraverso un nuovo patto tra pubblico e privato, sia sul fronte della riorganizzazione del settore pubblico sia su quello del rapporto fisco-contribuenti, nel segno della diminuzione della pressione fiscale e della lotta serrata all’evasione.

Sotto il primo profilo, riteniamo che una simile politica possa permettere la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica; la creazione di nuove opportunità e di nuovi mercati, favorendo così, in attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale, il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society. Sotto il secondo profilo, invece, si tratta, di abbandonare ogni forma di politica industriale tendente a sostenere aziende ormai non competitive per avviare una rigorosa politica per la competitività. In questo contesto, il ruolo del pubblico non potrà che essere quello di ridefinire un quadro giuridico-istituzionale a garanzia del corretto funzionamento del mercato, fissare le regole e vigilare sul rispetto delle stesse; incentivare le imprese a innovare e a cogliere le opportunità sui mercati esteri; nonché, intervenire direttamente, in via sussidiaria, solo in quei settori in cui gli operatori economici e il Terzo Settore non risultino da soli nelle condizioni di operare. Alle imprese, invece, spetterà il compito di ripensare se stesse, scommettendo sulla tecnologia, sulla qualità dei processi produttivi e sui prodotti, sulla qualificazione professionale, sull’efficienza organizzativa e gestionale, sulla crescita dimensionale e sulla capacità di fare sistema.
Riteniamo che possa essere questa, tradotta in pratica, la via per un’«economia sociale di mercato altamente competitiva» per l’Italia.

E, in questo quadro, il mondo cattolico è chiamato a svolgere un ruolo da protagonista, ponendosi nuovamente, così come fece all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, come elemento aggregante di un Paese che per troppi anni è apparso incapace di superare i retaggi corporativi che ne frenano la crescita, minando le basi del proprio futuro. ffff

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