La Costituzione e il "bene comune" nella prospettiva del liberalismo delle regole

(8 settembre 2010)

Non c’è dubbio. Qualunque crisi politico-istituzionale porta con sé difficoltà, rischi e incertezze sul futuro. E proprio quest’ultima rappresenta l’esatto opposto di quelle esigenze di stabilità e di responsabilità che la situazione economica internazionale e l’Europa ci chiedono, specie sul fronte del controllo sui conti pubblici. Perciò, per uscirne al più presto – ed è questo il principale interesse da salvaguardare, non altri – sarà necessario definire un nuovo patto di legislatura o, qualora ciò non fosse possibile, esplorare la via istituzionale prevista dalla Costituzione prima che vengano sciolte le Camere.
Ma ciò che più di tutto, da cittadino prim’ancora che da giurista, lascia davvero basiti non è assistere all’ennesima crisi politica della seconda repubblica (non ci avevano detto che grazie alle riforme degli anni ’90 e al bipolarismo ci saremmo dimenticati dei “teatrini” della prima repubblica?) ma ascoltare o leggere le dichiarazioni dei diversi leader politici, da Bossi a Berlusconi, passando per Cicchitto, Quagliariello e così via.

La confusione (che però temo non sia in realtà tale) regna sovrana. Si spaccia continuamente il sistema parlamentare sancito dalla nostra Costituzione per qualcosa che non solo non è, ma che (cosa ancor peggiore) non si capisce cosa d’altro voglia essere. Stupisce così tanta superficialità e ignoranza sulle regole fondamentali e sul funzionamento dei meccanismi istituzionali. Ed infatti tale superficialità e ignoranza è spesso voluta e cercata.

Ecco perché ciò che indigna (perché contribuisce a disinformare e, di conseguenza, a far crescere il disinteresse della società civile nei confronti del bene comune e della Politica) è il continuo tentativo di conquistare l’opinione pubblica mediante l’invio di messaggi (veri e propri spot elettorali!) tendenti a descrivere una realtà che non c’è al fine di legittimare, sul piano istituzionale, quella deriva plebiscitaria di cui ha magistralmente parlato Panebianco sulle pagine del “Corriere”. Se da un lato non v’è dubbio che il PDL e la Lega si stiano preparando ad una possibile campagna elettorale, non è questo forse il miglior modo per indurre al suicidio un sistema democratico?

Mi sembra divenuto ormai improcrastinabile il momento di interrogarsi (a cominciare dal singolo elettore) sull’idea di Repubblica che auspichiamo per il nostro Paese e, possibilmente, abbandonare quel “nuovismo confuso e contraddittorio” in campo costituzionale che ha già prodotto non pochi danni dal punto di vista politico-istituzionale oltre che sul piano dei rapporti, sempre meno sussidiari e sempre più conflittuali, tra centro e periferia.

Non so quanto le più giovani generazioni, assistendo ai dibattiti e agli scontri di questi anni o giorni, possano aver conservato una chiara visione di cos´è la Costituzione, se non, forse, in virtù dei richiami che periodicamente e meritoriamente provengono dalla più alta carica istituzionale.
A questo pericoloso risultato ha certamente contribuito, oltre al comportamento opportunistico ed irresponsabile di parte della classe politica, il fatto che, nel cambiamento radicale subito dal nostro sistema politico nell´ultimo decennio, sono andate, se non scomparendo, di certo affievolendosi proprio quelle culture politiche che avevano, nell´epoca precedente, maggiormente concorso a sorreggere e radicare il senso e la funzione storica della Costituzione. Per questo motivo, restaurare e rafforzare un´adeguata cultura politico-costituzionale è forse oggi il compito più urgente, partendo dalle idee fondamentali. E su questo piano, il contributo dei cattolici può essere straordinario. Motivo in più questo per sottolineare come il dibattito di questi giorni sul ruolo dei cattolici in politica è tutt’altro che sterile (a differenza di quanto affermato nel suo ultimo numero dal settimanale “Tempi” che, in copertina, ha definito fumoso e inutile il dibattito sui cattolici). A conferma di ciò, basti citare il recente intervento del Cardinale Scola che, dalle pagine de “Il Sole 24 Ore”, si è soffermato su come il rispetto delle regole del gioco e le regole stesse rappresentino, in definitiva, la prima forma di “bene comune”. Secondo il Patriarca di Venezia, infatti, “è necessario, attraverso procedure pattuite, conferire valore politico al bene sociale primario di carattere pratico: il fatto di vivere insieme. Questo dato sociale deve essere elevato al rango di bene politico da tutti e promosso dalle istituzioni. Ciò non richiede nessun accordo preventivo circa la sua fondazione. All’interno di questo spazio, garantito a tutti, potrà attuarsi il dinamismo del riconoscimento dialogico tra i soggetti sui singoli contenuti di valore, in un confronto serrato ma sempre aperto tra mondovisioni diverse. In tale ottica, il bene pratico politico dell’essere in società potrebbe costituire quell’universale politico che il processo di secolarizzazione ha smarrito lungo la modernità”.
La Costituzione, intesa quale insieme di regole fondamentali dell’ordinamento democratico, non è una legge qualsiasi che può essere manipolata con lo sguardo limitato all´oggi. Il suo ruolo, al contrario, è di fissare e garantire ciò che è destinato a durare ragionevolmente nel tempo, proprio per consentire che cambiamenti, evoluzioni, alternarsi di indirizzi avvengano salvaguardando i valori di fondo di una comunità civile. Ecco perché non ha senso la polemica sulla Costituzione “vecchia”, e non ha senso l´accusa di “conservatorismo” mossa a chi si preoccupa di salvaguardare quei valori e si oppone alla faciloneria di un “riformismo” costituzionale senza radici profonde. Ancora, la Costituzione non è un prodotto politico che possa ricondursi al prevalere occasionale di una forza o di uno schieramento, ed essere trattata come un normale oggetto di programmi elettorali o governativi, su cui la maggioranza del momento decide in nome della forza parlamentare di cui dispone, o come oggetto di negoziato in vista di obiettivi politici di breve periodo ed opportunisticamente intesi. Essa rappresenta piuttosto il quadro di riferimento valido per tutti (è la forma più immediata ed elementare di “bene comune”), che precede e condiziona la dialettica fra maggioranze e minoranze, assicurando la salvaguardia degli interessi ad esse comuni e dei limiti conseguenti. Fare della Costituzione un prodotto di maggioranza o disponibile da parte della maggioranza è tradire l´idea stessa di Costituzione.

L´obiezione, che ogni tanto riaffiora (e le odierne vicende ne sono un esempio), fondata sulla invocazione della sovranità popolare quale giustificazione da esibire per qualsiasi comportamento contrario alle regole costituzionali, e che riecheggia l´antico mito giacobino secondo cui una generazione non può pretendere di vincolare le generazioni successive al rispetto della “propria” Costituzione, fa parte dell´obnubilamento della cultura costituzionale di cui s´è detto. Dimentica, infatti, che la concezione “costituzionale” della democrazia non si fonda sul riconoscimento al popolo della stessa sovranità illimitata che era propria del Sovrano nell´antico regime, ma sull´attribuzione di poteri che si esercitano “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, di una Costituzione che, proprio per la sua funzione storica, “non conosce sovrano”.
La Costituzione italiana, e bene chiarirlo definitivamente, ha avuto ed ha questa funzione. Occorre liberarsi della visione distorta e antistorica che vede in essa il prodotto “autarchico” di un sistema politico “monistico” ormai superato. Essa non è, come diceva Dossetti, “un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato”, ma è nata dal “crogiolo ardente e universale” degli eventi epocali della seconda guerra mondiale, “più che dalle stesse vicende italiane del fascismo e del postfascismo: più che del confronto-scontro di tre ideologie datate, essa porta l´impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”.
E´ lo spirito del costituzionalismo. Quello spirito che soffia nelle Costituzioni nazionali e nelle esperienze ancor giovani ma destinate a crescere di quel “costituzionalismo mondiale”, che la nostra Carta evoca con sguardo antiveggente e che va esattamente nella direzione auspicata dalla Caritas in Veritate di Benedetto XXVI.
Per queste ragioni e per contribuire a scongiurare i rischi di suicidio del nostro sistema democratico, credo sia essenziale rivendicare nell’area politica e nella società civile l´idea di Costituzione ed il valore attuale della Costituzione vigente per rendere possibile quel salto di qualità capace di trasformare la “politica” odierna in “Politica”.

Non sarà dimenticandoci della Costituzione vigente, nè offrendo uno sbocco istituzionale alla democrazia plebiscitaria che saremo in grado di perseguire il “bene comune”, fornendo quelle soluzioni, pur storicamente contingenti, capaci di rispondere alla complessità dei problemi che attanagliano il nostro tempo. Ciò sarà possibile solo recuperando la tradizione degli universali procedurali, le regole minime di funzionamento della democrazia rappresentativa così come codificate dalla scienza politica più avvertita, accanto a una degna considerazione della irriducibilità degli argomenti meta- e pre- politici (quali ad esempio i diritti umani, a partire dal diritto alla vita, passando per quello alla libertà economica e d’intrapresa, alla partecipazione politica e così via…) e, in definitiva, applicando al nostro sistema democratico il metodo del liberalismo delle regole. f ffffffffff

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